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 2017  marzo 12 Domenica calendario

I soliti sospetti nella nostra testa

I complottisti non sono poi così diversi da noi. È questa la tesi di fondo di Menti sospettose di Rob Brotherton (Bollati Boringhieri), un libro che partendo dalla storia – più lunga di quanto si creda in genere – dei complotti immaginari, stila un elenco degli errori di funzionamento della nostra mente più diffusi e quotidiani, quelli che nella letteratura scientifica sono comunemente chiamati bias. Brotherton mette sotto la lente d’ingrandimento il fatto indubitabile che alla base dell’azione di ogni complottista che si rispetti ci sia una “mente critica”, un “sapere aude” di stampo kantiano, l’indagare in prima persona per svelare il grande inganno. Il riferimento ovviamente è allo spirito illuminista, non è importante che nel frattempo il pensiero scientifico abbia squarciato le tenebre della superstizione e si sia affermato in ogni campo – tranne, forse, presso la pubblica opinione – trasformando il mondo in cui viviamo e aumentando in maniera radicale il grado di specializzazione. C’è pur sempre quella che Brotherton chiama “l’università di Google” a cui attingere contro-teorie con cui si possono combattere gli scienziati “al soldo delle multinazionali”. Ma gli errori dei complottisti non ci sono poi così estranei, chi non sopravvaluta le proprie conoscenze in molti campi? Se credete di non averlo mai fatto, neppure una volta, sappiate che esistono studi scientifici che dimostrano come sia in realtà usanza comune presso la nostra specie. Così come è istintivo per i sapiens cercare di leggere le intenzioni celate dietro le azioni altrui, il che ci porta spesso e volentieri a trarre delle conclusioni arbitrarie in una situazione di scarsità informativa. Chi non ha mai pensato almeno una volta che i suoi colleghi parlassero male di lui alle sue spalle? Ma, a meno di non essere l’Nsa e leggere le mail degli altri, quello che facciamo non è molto di più che provare a indovinare, e lo facciamo a partire dallo stesso istinto paranoide che una volta liberato dai freni inibitori inventa complotti che vedono nel cast alieni, massoni e servizi segreti. Questo significa che i complotti non esistono e tutti ci vogliono bene? No, significa che i mezzi istintivi con cui indaghiamo i potenziali inganni sono limitati e fallibili, a maggior ragione nel presente estremamente complesso in cui viviamo. I nostri errori progettuali – frutto di esigenze oggi storicamente superate ma attorno alle quali siamo stati modellati dall’evoluzione – non si limitano a questo, per esempio utilizziamo un “pregiudizio di proporzionalità” per cui tendiamo a credere che grandi eventi drammatici non possano essere generati da errori marginali o dal fatto che il caso gioca nelle nostre vite un ruolo enorme e ineliminabile. In realtà anche questo è un bias, esattamente come il bias di conferma, ovvero la tendenza innata a riportare tutte le nuove informazioni che andiamo acquisendo al sistema di senso sviluppato in precedenza. Le forziamo cioè dentro a una coerenza che ci permetta di non cambiare paradigma e continuare a vedere il mondo esattamente come lo vedevamo prima. Brotherton sottolinea come il più potente meccanismo di deformazione della realtà rimanga quello delle “storie”, il prodotto dell’istinto narrante della mente umana. In altri termini niente è meglio di una buona storia per convincere gli esseri umani e creare mappe con cui orientarsi nel mondo. Per quanto riguarda le motivazioni profonde dell’agire, le forme politiche, i valori delle nostre società ci affidiamo a una sorta di ibrido fra razionalità, istinti e buone storie. Le forme popolari di storia sono poche e ritornano da quando esiste l’uomo, la principale è sempre la stessa: un perdente che sfida un nemico apparentemente indistruttibile ma che alla fine verrà sconfitto.
È la trama della saga di Gilgamesh ma anche di Guerre Stellari.
L’alternativa alla saga è la sfumatura, nel campo della letteratura questa è la corrente di chi coltiva una visione del mondo fatta di responsabilità diffuse e andamenti non lineari, dove nessuno è mai del tutto cattivo o del tutto buono e il caso conduce indisturbato il suo gioco spietato. Pensare però che tipi di narrazione meno evocativi, più complessi e realistici, possano spodestare la narrazione epica nel consenso popolare è probabilmente una chimera, o meglio è a sua volta un’altra storia dove il protagonista ha ben poche speranze di riuscire.
La differenza è che la letteratura sa fin troppo bene quello che l’epica ignora: nella realtà il perdente non vince quasi mai.
È probabile che continueremo sempre a compiere istintivamente gli stessi errori cognitivi che in fondo sono una delle cifre più importanti del nostro essere umani. Conoscerli però, e in questo Menti sospettose è di grande aiuto, aiuta a contenere i danni.