la Repubblica, 12 marzo 2017
David Monacchi, a caccia di suoni in via d’estinzione
La natura sussurra a noi i suoi segreti attraverso i suoni, usava dire Rudolf Steiner. La massima del pedagogo e filosofo austriaco riecheggia nel lavoro di David Monacchi, professore al conservatorio di Pesaro, compositore eco- acustico e raccoglitore indefesso di suoni in via d’estinzione. Sono circa quindici anni che questo studioso marchigiano si dirige zaino in spalla e microfoni in mano nelle aree più incontaminate del pianeta con uno scopo preciso: registrare il suono della natura. Missioni di un mese, un mese e mezzo, nella foresta amazzonica brasiliana, nel Borneo indonesiano, nel Dzanga- Ndoki National Park tra Repubblica centroafricana e Repubblica democratica del Congo, nel parco dello Yasunì, in Ecuador. Monacchi piazza i suoi microfoni sofisticatissimi e li lascia accesi per la durata di interi cicli circadiani, a volte anche di più: «Registriamo tutto il giorno, senza sosta. Dobbiamo restare in silenzio, a distanza, cercando di non interferire con i suoni dell’ecosistema». Le condizioni spesso sono proibitive: corpo e strumentazione sono cosparsi di repellenti contro gli insetti, il caldo è soffocante, l’umidità mostruosa. «A volte devi restar fermo anche quando vorresti solo scappare via, come quando alcuni serpenti non proprio piccolissimi hanno cominciato a girarci intorno», racconta sorridendo. Eppure, continua con lo sguardo illuminato dalla passione, «nonostante la fatica, non c’è esperienza più bella di osservare un ecosistema lavorare, con i suoi ritmi immutabili, e immergercisi dentro. È qualcosa di unico».
Da ognuno dei suoi viaggi nel cuore pulsante del mondo, Monacchi torna con hard disk stracolmi di suoni, pile di terabyte di linee acustiche complesse, eppure per lui perfettamente intelligibili. Perché «il suono di un ecosistema incontaminato ha una sua organizzazione intrinseca, che ci restituisce la perfezione della natura. È come un’orchestra». Attraverso i suoni si possono ritrovare le varie specie, si può penetrare quel segreto della natura di cui parlava Steiner. Ma l’orchestra è sempre meno armonica, gli strumenti di questi ecosistemi perfetti sempre più minacciati da agenti esterni. Quello che percepisce Monacchi è il grido di dolore di una natura sconquassata dai cambiamenti climatici e dagli interventi antropici, dalla trasformazione vorticosa degli ecosistemi in agrosistemi: il disboscamento, il riscaldamento globale, l’inquinamento, l’arrivo di specie invasive sono altrettante minacce per ambienti che hanno resistito intatti per milioni di anni.
Nel 2016 due giovani registi, Alessandro D’Emilia e Nika Saravanja della scuola Zelig di Bolzano, lo hanno seguito nel suo viaggio in Ecuador per realizzare un film sul suo progetto (di Nyon, in Svizzera, ad aprile). Nelle immagini si vede Monacchi coperto con una zanzariera muoversi per foreste quasi impenetrabili con i suoi microfoni tridimensionali. Registrare i suoni degli animali. Ascoltare e riflettere. E, a un certo punto, chiedersi come sia possibile che il coro dell’alba con cui normalmente gli uccelli salutano il sorgere del sole sia così poco vigoroso. Le prospezioni petrolifere cominciate da poco sono una delle cause del silenzio della natura, che sembra assistere attonita al proprio stravolgimento.
Questi ecosistemi che si dissolvono, queste specie intere che stanno scomparendo sono i cosiddetti “frammenti di estinzione”, come Monacchi ha chiamato efficacemente il suo progetto multidisciplinare (www. fragmentsofextinction. org).
Un titolo che riflette una vera e propria missione: «Se consideriamo che le proiezioni più recenti dell’International Union for Conservation of Nature indicano che la metà delle specie originarie saranno estinte entro questo secolo, possiamo capire l’urgenza cui ci troviamo di fronte». Unendo scienza, tecnologia e arte, il lavoro si propone di aumentare la consapevolezza su quella che è definita “la più silenziosa catastrofe dei nostri tempi”. Viene quindi costituito un archivio acustico di ecosistemi a rischio scomparsa. Novello Noé dei suoni estinti, Monacchi registra per trasmettere ai posteri, per mantenere intatta la memoria di un mondo che è stato e che forse non sarà mai più. Il materiale raccolto lo sistematizza su uno spettrogramma, una linea acustica in cui ogni tonalità di suono corrisponde a una specie. Per ascoltarlo ha inventato un vero e proprio teatro eco-acustico, in cui la percezione del suono è tridimensionale. Edificata all’interno del conservatorio di Pesaro come laboratorio di ricerca e produzione e brevettata in Europa e Stati Uniti come spazio mobile esperienziale, questa camera sferica permette di fruire il suono nella sua interezza, restituendo la complessità di tutto l’ecosistema. Il teatro è sofisticatissimo ed è costruito attraverso il posizionamento di un numero elevato di altoparlanti in geometria sferica intorno al pubblico. Mentre fa scorrere lo spettrogramma sul computer, Monacchi invita il fruitore a sedersi al centro e chiudere gli occhi. La percezione del suono è immersiva e viene da diversi punti; si sentono le vocalizzazioni degli anfibi in basso; gli insetti in aria; gli uccelli in alto. Sembra di trovarsi letteralmente nel mezzo della foresta amazzonica dove lo studioso ha raccolto i suoni che sta riproducendo. Finito l’esperimento, Monacchi mostra lo spettrogramma: fa vedere come a ogni linea sonora corrisponda una specie, che emette suoni di una certa frequenza e con cadenza regolare. «Gli esperimenti di teatro eco-acustico sono un ottimo strumento divulgativo ma anche didattico per raccontare l’estinzione degli ecosistemi». Perché il suo orizzonte non è solo quello della ricerca scientifica, ma anche e soprattutto quello della sensibilizzazione e dell’azione. Le missioni sul campo, la raccolta di suoni, il teatro eco-acustico sono altrettanti strumenti utili a smuovere le coscienze. Mostrando quello che sta accadendo di fronte a noi, è forse possibile invertire la rotta e restituire alla natura quella voce possente che stiamo lentamente e inesorabilmente soffocando.