la Repubblica, 12 marzo 2017
Lo scandalo accelera il declino della Confederazione di Boccia
ROMA La Confindustria controlla il Sole 24 Ore, ma senza il giornale color salmone l’associazione degli industriali sarebbe un’altra cosa: meno influente, meno prestigiosa, meno credibile. Il Sole 24 era il fiore all’occhiello, l’anomalia (positiva) nel panorama delle associazioni imprenditoriali. Le confindustrie francese o tedesca non hanno un loro quotidiano, le associazioni dei commercianti e degli artigiani nemmeno, così come i sindacati. E allora non è un caso che lo scandalo editorial-finanziario deflagri proprio in una fase di accelerazione del declino di Viale dell’Astronomia. Perché anche la Confindustria non è più quella di un tempo o forse è banalmente l’espressione di un capitalismo indigeno che si è fatto ancor più fragile di risorse, di idee e di progetti, ansioso di rendite più che di rischi. Ora sarà una rincorsa: prima per salvare il quotidiano dal fallimento, poi per ridarle un ruolo di primattore. La prossima settimana il cda del Sole approverà anche i conti del 2016 e dovrebbe definire l’entità dell’aumento di capitale necessario. Si parla di una cifra che oscilla tra i 60 e i 100 milioni. Il piano industriale farà il resto (con tagli cruenti) per portare i conti in equilibrio e provare la difficile ripartenza, tra rinegoziazione dei debito con le banche creditrici e la ricomposizione della reputazione tra gli stakeholder.
A fine aprile è in calendario l’assemblea del Sole24Ore spa (Confindustria controlla circa il 67%), preceduta da un Consiglio generale che dovrà definire l’entità del contributo che peserà sulle casse dell’associazione, non meno di 30-35 milioni. Partita delicatissima perché il salvataggio del Sole non dovrà compromettere la stabilità patrimoniale e finanziaria dell’azionista.
Ma è anche la Confindustria che non brilla più. Il declino si può osservare da punti diversi. Per esempio da Via Pantano 9 a Milano, sede dell’Assolombarda, la più importante associata, l’azionista di riferimento. Ecco, i candidati alla successione di Gianfelice Rocca alla presidenza sono due piccoli imprenditori senza alcun blasone e storia industriale di rilievo: Carlo Bonomi, sponsorizzato da Rocca con il sostegno anche del leader nazionale Vincenzo Boccia, che guida un gruppo di forniture cliniche da 15 milioni circa di fatturato, e Andrea Dell’Orto, componentistica dell’auto con un centinaio di milioni di fatturato l’anno. Ma d’altra parte anche nella squadra di presidenza di Boccia pochi sono gli imprenditori dal fatturato vicino al miliardo. Segno, anche questo, della disaffezione del capitalismo emergente (quel 20% di imprese tricolori che innova ed esporta sfidando spesso colossi globali) nei confronti della burocrazia confindustriale. Quando nel 2011 Sergio Marchionne abbandonò Confindustria lo fece soprattutto perché aveva bisogno di nuove regole per contrattare: se l’è scritte da solo, insieme a Cisl e Uil, mentre Viale dell’Astronomia è ancora alla ricerca di una posizione. Qualche mese fa Boccia propose il “Patto della fabbrica”, un nuovo accordo con Cgil, Cisl e Uil per rilanciare il lavoro e la competitività. È rimasto solo un annuncio. «Confindustria? Desaparecida», ha detto due giorni fa la segretaria della Cgil, Susanna Camusso. Gli industriali sono divisi. Il Patto doveva essere l’autoriforma delle parti sociali, la sfida alla politica inconcludente: non si è fatto nulla. Dopo essersi schierato a favore del Sì al referendum costituzionale con previsioni apocalittiche del Centro studi in caso di vittoria del No, Boccia si è largamente “ritirato” dal dibattito politico, sostanzialmente in silenzio sulla legge elettorale o sulla durata del governo. Silente, però, anche sulla crisi delle banche, sull’assalto dei francesi di Vivendi a Mediaset come sul delicatissimo salvataggio dell’Ilva. Sono anche gli intrecci perversi (i confindustriali, per esempio, nei cda delle banche venete decotte) e i conflitti di interesse tra associati (tra produttori e consumatori di energia, per esempio) che limitano l’azione di Boccia. Ma così Confindustria è diventata una piccola lobby che poco incide nella discussione politica. Non è il primato della politica che si è imposto, è il declino della Confindustria che si rappresenta. E con il Sole così acciaccato, le repliche andranno avanti. Senza applausi.