la Repubblica, 12 marzo 2017
Gli italiani riscoprono la frutta, ne mangiamo 63 kg all’anno
ROMA Da sostanza misteriosa di un bagnoschiuma in voga negli anni Settanta a frutto capace di sostituire gli agrumi di Sicilia. Se Goethe viaggiasse in Italia ora, invece di ammirare «il Paese dove fioriscono i limoni» troverebbe la terra dove non c’è aperitivo senza scorza di lime.
La parabola dell’agrume dei Caraibi è emblematica del successo della frutta esotica in Italia e di come è cambiato il nostro modo di consumarla in generale. Se per levarsi il medico di torno, almeno fino all’inizio degli anni 2000, bastava una mela al giorno, adesso per preservare la salute ci vogliono almeno cinque porzioni di frutta e verdura al dì e un po’ per moda, un po’ per uggia gli italiani a mangiare soltanto agrumi in inverno e pesche e susine in estate non ci stanno più. Così su scaffali del supermercato e banchi nel mercato rionale vicino alla mela annurca spuntano ananas e avocado, con le cifre a testimoniare l’aumento costante dei consumi di frutta esotica: +3,8 per cento tra il 2015 e il 2016.
Papaya, cocco, mango e feijoa finiscono nelle buste della spesa grazie alle scelte di vita salutiste, alla diffusione delle diete vegana e vegetariana e di una presenza sempre più numerosa di consumatori originari dei Tropici. Pesano anche, come sempre, globalizzazione e pubblicità, capaci di aver fatto delle banane un frutto comune ed economico quanto le mele. Negli anni ‘70 in una famiglia italiana dal reddito medio basso le banane erano una ricercatezza da permettersi con parsimonia, poi è arrivata la banana con il bollino, la concorrenza e ora approfittando delle offerte se ne acquista un chilo a circa un euro. Fino a qualche tempo fa l’ananas faceva parte delle rarità da servire come fine pasto nel cenone di Natale o di Capodanno, adesso è una delle tante fonti di vitamine da prevedere in una dieta equilibrata.
“Vitamina” è la parola magica, il propulsore dell’ascesa di ogni novità, serva come esempio il successo del kiwi che possiede in quantità la C. All’inizio del 2000, in pochi anni, l’Italia è diventata il secondo produttore mondiale, scavalcando la Nuova Zelanda che fino a quel momento aveva avuto la supremazia dell’esportazione in Europa.
Ci sono anche frutti italianissimi che avevamo dimenticato, ma sono tornati in auge perché non soltanto consumiamo più frutta, ma lo facciamo in maniera diversa. Il caso melograno aiuta a spiegare il fenomeno che ha convinto l’Istat a inserire nel paniere dei prodotti che incidono sulle spese delle famiglie italiane le centrifughe e le spremute consumate al bar. Il melograno di Carducci “dai bei vermigli fior” produce frutti ricchi di antiossidanti (altra parola magica per il boom della frutta) e vitamine, ma ci vuole del tempo per preparare i bei grani rossi da mangiare a cucchiaiate. Con centrifughe e spremute tutto è più facile e la vendita di melegrane secondo alcuni dati parziali si è quadruplicata nell’ultimo anno.
Non sbucciamo più la frutta, la spremiamo, non aspettiamo più maggio per avere le ciliege, compriamo melegrane da Israele e dal Cile per averle tutto l’anno. E soprattutto siamo alla costante ricerca del frutto magico che ci regali l’immortalità, o, almeno del superalimento che ci dia da solo tutti i nutrienti che aiutano a stare bene. L’incremento delle vendite di avocado, per esempio, non dipende soltanto dall’arrivo di messicani che preparano il guacamole, ma dalla necessità dei vegani di trovare proteine vegetali. Il nutrizionista però fa crollare il mito del frutto-panacea: «Nessun alimento da solo garantisce tutti i nutrienti necessari – spiega Giuseppe Morino, responsabile di dietologia clinica al Bambin Gesù – una dieta deve essere variata. Però ben vengano banane e kiwi, se aiutano i bambini, spesso restii, a mangiare più frutta».