La Stampa, 13 marzo 2017
«Il nostro ciclismo vive di ricordi. Per tornare in alto serve più umiltà». Intervista a Pippo Pozzato
Con la Milano-Sanremo di sabato il grande ciclismo entrerà nel vivo della prima parte di una stagione, che proporrà alcune sfide molto intriganti. Nairo Quintana, che sta vincendo la Tirreno-Adriatico, tenterà l’accoppiata Giro-Tour fallita anche da Alberto Contador e mai nemmeno provata (perché temuta) da Chris Froome: l’ultimo a riuscirci fu Pantani nel 1998. Nibali inseguirà invece il tris al Giro, centrato in passato solo dai grandissimi, ma fallito anche da big come Anquetil e Indurain.
Per la prima volta dal 2013, poi, quest’anno i corridori italiani non andranno al Tour con ambizioni di podio, viste le rinunce annunciate di Nibali e Aru (ci ripenseranno?). Né il nostro ciclismo pare cullare molte ambizioni nelle grandi corse di un giorno, Mondiale compreso (non lo vinciamo dal 2008: Ballan 1º a Varese, 2º Cunego e 4º Rebellin). Proprio nella prossima corsa iridata, a Bergen in Norvegia, ci sarà invece un’altra sfida molto suggestiva: Sagan proverà il tris consecutivo mai riuscito nella storia del pedale. Lo slovacco è anche l’uomo da battere nella Milano-Sanremo di sabato, ma dovrà sfatare un tabù: sempre piazzato fra i primi venti al traguardo, è stato due volte quarto e una volta secondo, non ha mai alzato le braccia al cielo nella Classicissima di Primavera.
Pippo Pozzato, lei è stato l’ultimo italiano a vincere la Sanremo, nel 2006. Sabato ci sarà?
«Certo, e per la quattordicesima volta».
Con quali ambizioni?
«Mi sento bene e sto rifinendo la preparazione alle Canarie con Tosatto. Voglio provarci».
Ma perché non ha più saputo ripetere quell’exploit di undici anni fa?
«Perché una volta, nel 2008, mi batté solo Cancellara che andò via nel finale come una moto e un’altra volta mi hanno acciuffato vicino all’arrivo. Ho fatto un secondo, un quinto, un sesto e un ottavo posto, insomma sono stato sempre lì a giocarmela. Vincere spesso è anche questione di dettagli. Infatti Sagan, il numero 1 nelle corse di un giorno, si è piazzato tre volte fra i primi quattro ma mai al primo posto».
In quel 2006 era favorito il suo compagno Boonen, invece lei beffò tutti. Tattica o fortuna?
«Nella nostra squadra Boonen, io e Bettini avevamo una certa libertà. Andò bene a me e anche Boonen esultò».
Lei poi fece 2º al Fiandre e alla Roubaix ma non vinse più una grande classica. Come mai?
«Perché Boonen alla Roubaix fu aiutato dalle moto e invece al Fiandre fui io a sbagliare con una volata troppo corta».
L’Italia al Nord non vince la Roubaix dal 1999, il Fiandre e la Liegi dal 2007: i motivi del digiuno?
«Tanti. Di sicuro è aumentata la concorrenza, sempre più nazioni fanno ciclismo ad alti livelli, Merckx se corresse oggi vincerebbe un quinto di quanto fece ai suoi tempi. Allora c’erano 5-6 big nelle classiche, oggi possono vincere in 30 o 40. È cambiato tutto e si va molto più forte».
Malgrado l’Italia abbia il maggior numero di corridori World Tour non vince più. Un caso?
«No, paghiamo scelte sbagliate fin dalle categorie giovanili. Lo dico da anni, ma non mi ascoltano e mi danno del matto».
Eppure nessuno ha la nostra storia e la nostra tradizione...
«Appunto, siamo rimasti indietro, legati al passato. Critichiamo tanto gli inglesi, che però anche senza storia né grandi tradizioni sono dieci passi davanti a tutti, mentre noi siamo venti indietro agli altri».
E allora i tanti corridori stranieri che vengono a formarsi in Italia?
«Una volta, adesso non più. Anche Sagan, che è cresciuto da noi, dice che ci siamo fermati, abbiamo una mentalità vecchia, troppo romantica, legata al passato, e non ci accorgiamo che il ciclismo è cambiato».
Quindi poche speranze anche in questa Sanremo?
«Il favorito è Sagan, poi dico Degenkolb, Kristoff e Gaviria».
Una piccola chance azzurra?
«Colbrelli va forte, merita spazio ma fino a ieri correva tra i Professional. Ha perso tempo anche se aveva un bravo ds come Reverberi. In teoria anche Nibali potrebbe vincere, perché la Sanremo è indecifrabile. Ma deve andargli tutto bene».
Ma allora che cosa deve fare l’Italbici per tornare nell’élite?
«Un esame di coscienza e un bagno di umiltà. Non siamo più la nazione guida e infatti per la prima volta non ci sono squadre italiane nel World Tour. Mettiamoci a un tavolo e parliamone, cambiamo mentalità e strategie. Con i fasti del passato e i ricordi non si vincono le corse».