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 2017  marzo 13 Lunedì calendario

Il rischio di dimenticare i Balcani

Non è mai troppo tardi. Dopo una lunga distrazione, i Balcani sono tornati in Consiglio Europeo. È doppiamente importante per l’Italia. Il disinteresse dell’Ue costa alla regione – nostra dirimpettaia – il riaccendersi d’instabilità e di tensioni non sopite. È una parte del mondo dove l’Italia conta, ha peso e ha fatto con successo politica estera e ottimo vicinato.
I Balcani occidentali hanno fatto passi da gigante dalla scia di sangue e guerre degli Anni 90: due Paesi (Slovenia e Croazia) sono nell’Ue; tre (Slovenia, Croazia, Albania) nella Nato e un quarto (Montenegro) in procinto di aggiungersi; i rimanenti sono candidati o sulla soglia della candidatura all’una e/o all’altra. Unica eccezione il Kosovo, bloccato dai non riconoscimenti, anche di cinque Paesi Ue. La regione ha conosciuto quasi un ventennio di relativa stabilità, avvicinamento agli standard europei e di riforme, in stridente contrasto con il periodo precedente.
I Balcani restano però in mezzo al guado. Il pezzo più grosso, la Serbia, è candidato Ue a passo di lumaca dal 2012. Gli altri non sono da meglio. Se l’orizzonte temporale si sposta in un nebbioso futuro (allargamenti sono stati esplicitamente esclusi nel quinquennio di questa Commissione, in pratica almeno fino al 2020), l’adesione all’Ue diventa una favola poco credibile. Non si resta in purgatorio per sempre. Si cercano altre strade, non necessariamente virtuose. Vedi Turchia.
Perché l’Ue dovrebbe preoccuparsene? Ha altre gatte da pelare: immigrazione, Brexit, terrorismo d’importazione, debito greco. Proprio per questo bisogna evitare che alla lista si aggiungano (di nuovo) i Balcani. Hanno fragilità e focolai di tensione: in Bosnia Erzegovina, in Macedonia, nel rapporto Serbia-Kosovo. Guarda caso dove l’ombrello Ue e Nato non copre. Senza cornice internazionale le vecchie abitudini sono dure a morire: sperabilmente non tragiche, ma inesorabilmente divisive.
L’Europa assistette impotente alle guerre in Krajina e in Bosnia tra il 1992 e il 1995; la seconda si fece beffe della forza di pace dell’Onu (Unprofor), con forte presenza di Paesi Ue, fino a che la tragedia di Srebrenica fece traboccare il vaso e provocò l’intervento della Nato. Oggi, lo scenario è molto più pacifico, ma con due aggravanti. Non sappiamo quanto affidamento fare sugli Stati Uniti dell’amministrazione Trump per un impegno nei Balcani pari a quello dell’amministrazione Clinton (mantenuto dalle successive Bush e Obama). La Russia è passata dalla cooperazione, sia pure molto critica sul Kosovo, alla concorrenza. Mosca gioca una partita d’influenza, specie in Serbia, Bosnia e Montenegro, in diretta competizione con Ue e Nato.
Nei Balcani l’Europa deve contare su se stessa. La stabilizzazione è un’incompiuta. La presenza dell’Alleanza Atlantica aiuta, ma l’onere principale è sulle spalle dell’Ue. La politica, specie elettorale (Olanda, Francia, Germania), esclude accelerazioni delle adesioni, ma è essenziale che ai candidati giunga il segnale che il traguardo Ue non è un miraggio. Che vale la pena di traversare il deserto. Altrimenti innestano la marcia indietro: c’è voluto l’intervento di Federica Mogherini per rimettere in carreggiata il fragile dialogo serbo-kosovaro.
Per l’Italia quella dei Balcani è una partita importante. Rapporti economico-commerciali, vicinanza geografica (conta), culturale (italiano quasi lingua veicolare, specie sulla fascia adriatica) parlano chiaro. È una delle due parti del mondo che guardano all’Italia come controparte naturale (l’altra è il Mediterraneo sud). Dove abbiamo trazione e seguito. La disintegrazione della Jugoslavia e la fine del comunismo in Albania ci misero alle prese con rapporti difficili su cui pesava la storia. L’equilibrio con cui li gestimmo e instaurammo un autentico buon vicinato con tutti fu un piccolo capolavoro di politica estera, perseguito con successo bipartisan dai governi succedutisi nell’ultimo quarto di secolo.
Questo è il patrimonio da non sprecare. Inizialmente esclusa, l’Italia è entrata nel Processo di Berlino per i Balcani occidentali, evitando che rimanesse appannaggio di Germania e Austria. Il 12 luglio, a Trieste, ne ospiteremo il Vertice. Ma ci serve l’obiettivo Europa. Nell’Ue a più velocità ci deve essere posto per i Balcani.