La Stampa, 13 marzo 2017
Una notte con la civetta misteriosa regina del bosco e simbolo di sapienza
«Quit»... «Uit»... «Rrrr». Sono le voci del bosco, quelle dei rapaci che «civettano» tra loro. Ma per sentirli bisogna avere tanta pazienza, stare in silenzio, appollaiati nel bosco, anche per ore. Sabato, in occasione della XII notte europea della civetta, il Wwf di Asti ha organizzato una passeggiata notturna nell’Oasi di Valmanera a Villa Paolina, poco fuori città. Ed è stata notte incantata. Ad iniziare da una luna tonda tonda che fino all’alba si è fatta bella tra i rami e da misteriosi piccoli suoni che hanno scandito l’escursione.
Gli esperti
Luca Calcagno, della Lipu di Asti, ha spiegato: «Le civette si nutrono anche di topolini e insetti. Trascorrono uguale tempo ad accudire i piccoli nel nido e a “predare”. Quando questo equilibrio si spezza a causa delle monocolture, mamma civetta è costretta stare più tempo lontana dal nido». Allora accade che proprio in questo periodo i piccoli si gettino dal nido. Proprio come la piccola civetta curata nel centro di recupero a Tigliole e nutrita col cibo nascosto in un guanto che simulava la mamma per mantenerla selvatica.
Prima della passeggiata al chiaro di luna la piccola civetta è stata restituita al bosco e ha spiccato il suo primo volo. Libera, indipendente, felice. Oscar Maioglio, biologo e entomologo, ha guidato la passeggiata notturna in un bosco abitato da tanti animali: «Ci sono scoiattoli rossi, faine, volpi, ghiri, tassi, pipistrelli, ragni moscardini, donnole».
Nella notte basta stare in silenzio per assaporare la loro presenza. Si palesano con orme, fruscii, tane, versi. Ma il concerto più bello è quello delle civette. Oscar le ha «attratte» con il richiamo (verso registrato). La prima volta il suono si è perso nell’aria. La seconda ha risposto un allocco. Poi un altro. E un altro ancora.
Il latrare di un cane ha scompigliato le carte, come anche il cra cra del ranocchio che ha mosso le acque dello stagno. Ed è stato di nuovo silenzio. Ne ha approfittato Oscar che si è chinato sullo stagno, ha scrutato l’acqua e con un cestello ha tirato su un tritone. È una specie di minuscolo e innocuo coccodrillo con il pancino arancione a pallini e sulla schiena una cresta. Dice Oscar: «È una specie protetta. “Imparentata” con le salamandre. In questo stagno hanno trovato casa gli animali che abitavano nei rii e nei fossi. Ci sono anche raganelle e dalmatini». Mentre il tritone torna nell’acqua, un fruscio fa alzare gli occhi al cielo. Sono due rapaci che dall’alto probabilmente hanno visto movimento nello stagno. Desistono dal tuffarsi per «predare» perché i loro occhi leggono il buio e intuiscono la presenza umana. Volano via soffici, leggeri, effimeri. Piccoli fantasmi nella notte.
La favola
Ed è di nuovo silenzio. Un altro richiamo e questa volta le civette rispondono. Un attimo e il bosco si trasforma nel più bel teatro del mondo: «Uit» «Cvit» «Quiiii» risuonano «lunghi», uno alla volta. E sarà la luna che si specchia nello stagno, sarà la suggestione, saranno i profumi, i rovi, i rami degli alberi che sembrano intrecciare sogni, le foglie bagnate, la tenera erba di primavera, le violette che si scorgono prima con l’olfatto che con la vista, ma sembra di essere immersi in una favola. E si capisce perchè il bosco sia la cornice ideale di tanti racconti.
Oscar e gli altri volontari Wwf di Valmanera, ragazzi giovani, innamorati della natura e competenti, hanno donato a tutti i viandanti del bosco una notte speciale. Albeggia, il freddo diventa pungente, gli uccelli notturni smettono di civettare, il primo scoiattolo con il suo codone rosso, veloce scende dall’albero e va incontro al suo nuovo giorno.
Selma Chiosso
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Ecco perché è il simbolo della sapienza
Nell’antica Grecia la civetta era l’animale sacro a Atena (e a Roma alla sua ipostasi latina, Minerva), rappresentato sulle monete della città che ne deriva il nome. «Glaucopide» Atena è l’epiteto formularmente usato da Omero per la dea della sapienza che sovrintende a tutte le competenze tecnico-artigianali: ossia Atena «dagli occhi glauchi» (da glaukós, che nella descrizione datane da Platone nel Timeo è un «azzurro scuro mescolato col bianco», più la radice op che ha attinenza con la vista e suoi organi), ma anche – con una variante che va oltre l’aspetto cromatico, pur riassorbendolo – «dagli occhi di civetta», in greco gláux (dalla medesima radice, con una connotazione di lucentezza).
Nessuna insinuante allusione, però, a attitudini seduttive che alla dea appellata Parthénos, ossia vergine, ovviamente erano estranee: i suoi lucenti occhi glauchi di civetta – oltre a rappresentare la reminiscenza, forse, di antichissime ascendenze pre-greche di una divinità dalle implicazioni ornitomorfe – sono quelli che ai rapaci notturni permettono di vedere nell’oscurità, di spingere lo sguardo là dove gli altri non vedono – e quindi un’allegoria della ragione che penetra il buio e sa trovare una strada nel buio dell’incertezza. Una divinità pre-veggente, dunque. Come l’uccello che ne è il simbolo. Che però, molti secoli dopo, diventa post-veggente: «la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo» è la celebre osservazione di Hegel. Cioè la filosofia, che della ragione è il coronamento, arriva a capire la storia solo dopo che questa si è già compiuta. Quasi un’intuizione del tragico scacco della ragione nel tempo che viviamo.
Maurizio Assalto