La Stampa, 13 marzo 2017
Bassi costi e riserve piene. Così il petrolio scende
È durata poco la ripresa del prezzo del petrolio nel mondo. Nonostante il taglio alla produzione deciso dai paesi membri dell’Opec, nel fine settimana il prezzo del barile di greggio Wti è tornato a scendere sotto la soglia dei 50 dollari, da cui si era allontanato per circa tre mesi. Si è arrivati a quota 48,68 dollari per barile: colpa della diffusione del dato settimanale sulle scorte di petrolio negli Stati Uniti, che sono risultate in nettissimo aumento. Una crescita di 8,2 milioni di barili, per un livello complessivo di riserve record, pari a 528,4 milioni di barili.
Un aumento delle riserve che nasce dal notevole incremento della produzione di greggio negli Stati Uniti. L’aumento dei prezzi del barile a quota 60 dollari ha convinto molti produttori di shale oil (il petrolio estratto grazie a tecniche di fracking, ovvero di “fratturazione idraulica” e non da bacini convenzionali) a riattivare la propria produzione, tornata competitiva ed economicamente conveniente. Tra North Dakota, Oklahoma e Texas settentrionale, negli Stati Uniti solo la scorsa settimana sono stati aperti otto nuovi pozzi, ha detto la società di servizi energetici Baker Hughes Inc., portando il totale in funzione a quota 617, il record dal settembre del 2015.
Risultato, la produzione di petrolio degli Usa, che all’inizio del 2015 era giunta a 9,6 milioni di barili al giorno, scesa a 8,6 milioni nel settembre del 2016, sta tornando verso i 9,2 milioni di barili. Non è poco, considerando che il mercato mondiale del petrolio movimenta quotidianamente la bellezza di 96 milioni di barili. Di cui 20 utilizzati dagli statunitensi.
L’eccesso di produzione di petrolio da fracking negli Usa – che prospera, al contrario del declinante settore del petrolio da sabbie bituminose in Canada – rischia di spingere di nuovo verso il basso in modo stabile il prezzo del petrolio. Harold Hamm, CEO di Continental Resources, ha affermato che la crescita della produzione negli Usa è tanto forte e indisciplinata «da poter uccidere il mercato». Molti analisti pensano che ci si possa attestare su un valore di 45 dollari a barile; ma Scott Sheffield, presidente di Pioneer Natural Resources Co. dice che senza un intervento più drastico da parte dell’Opec il prezzo può scendere fino a 40 dollari. Una speranza che difficilmente si realizzerà, pare: l’anno scorso l’organizzazione dei Paesi produttori ha deciso di ridurre la produzione di quasi due milioni di tonnellate, puntando a far risalire i prezzi a quota 60 dollari: un obiettivo decisamente fallito.
Il fatto è, spiega Davide Tabarelli, l’economista presidente di Nomisma Energia, che l’industria petrolifera mondiale ha messo a punto notevoli progressi tecnologici e produttivi. «Ho visitato di recente l’area a nord di Houston, nel bacino del Permiano – dice – e c’è un tessuto industriale di piccole e medie imprese che fanno distretto ed innovazione». Ottenendo grandi risparmi nei costi di produzione dello shale oil, conferma Per Magnus Nysveen di Rystad Energy, tanto da rendere profittabili e redditizi molti pozzi che non lo erano un’anno fa. «Gli investitori Usa nello shale oil – dice Tabarelli – si sono attrezzati per far ripartire la produzione subito non appena si arriva a cinquanta dollari: nel Texas si è scesi da costi produttivi di 50-60 dollari a barile agli attuali 40».
Ma anche i produttori tradizionali hanno conseguito risultati: Shell, per citare una major, ha tagliato i costi produttivi e logistici nel Golfo del Messico e in Nigeria tanto da poter guadagnare anche con un prezzo di 40 dollari a barile. Un progresso che ha registrato anche Eni nel pozzo Goliath nel Mare di Barents, o nei giacimenti di Agri in Basilicata, ma che spesso non sono sufficienti: «Le compagnie petrolifere tradizionali – conclude l’economista – sono sotto pressione da parte degli investitori internazionali, che potrebbero migrare in un batter d’occhio verso nuovi mercati: devono produrre dividendi e fare molti più soldi, e questo prezzo del barile non le garantisce dai rischi produttivi e di mercato». Il rischio, come affermato qualche giorno fa anche dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, è che intorno al 2020-2025 – se non ci saranno nuovi investimenti in campo petrolifero, e se riprenderà l’economia dell’Asia – la domanda possa crescere e far impennare i prezzi del petrolio. Un rischio che per gli ambientalisti potrebbe essere invece una opportunità per «obbligare» l’economia mondiale alla necessaria (ma non semplice) transizione energetica verso le energie pulite.