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 2017  marzo 12 Domenica calendario

«Bei, 12 miliardi l’anno sull’Italia. Ma ora servono più progetti». Intervista a Dario Scannapieco

MILANO Intorno all’Europa, di questi tempi, si fa una gran confusione. Così, guardando i numeri, si scopre che la Banca europea per gli investimenti è la più grande istituzione finanziaria del mondo, con quasi 600 miliardi di attivi. E si scopre che l’Italia negli ultimi anni ha più che raddoppiato da circa 5 a quasi 12 miliardi il volume dei finanziamenti ottenuti ogni anno dalla Bei: 52 miliardi di prestiti e garanzie per 150 miliardi di investimenti mobilizzati dal 2012 a oggi. «Il metodo che abbiamo utilizzato è questo: non ci siamo messi di fronte alle amministrazioni e ai promotori dei progetti, ma al loro fianco. Un metodo che sta portando i suoi frutti», spiega il vicepresidente Bei, Dario Scannapieco.
Di questi tempi, con la crescita allo 0,9%, riceverete centinaia di richieste di interventi di prestiti?
«È così. Ma dobbiamo dire alcuni no, come è accaduto alla Pedemontana Veneta come previsto dal vecchio schema concessorio e finanziario. Le amministrazioni locali non sono sempre in grado di valutare attentamente i rischi, noi dobbiamo farlo. In questi anni abbiamo letteralmente battuto il territorio per capire in che modo potevamo essere d’aiuto. In tempi di crisi come questi, molti si rivolgono a noi. Abbiamo attivato una collaborazione molto stretta con ministeri, enti locali, Confindustria e Abi, Cassa depositi e prestiti. Un metodo che sta funzionando».
Eppure ogni volta che si vedono le classifiche l’Italia sembra essere ancora poco capace di utilizzare le risorse Ue.
«Il tema è questo: l’Europa funziona sulla capacità di progettazione. Chi presenta progetti validi rientra nei programmi dell’Unione, gli altri no. Molti enti fanno ancora fatica a capirlo. E si perdono occasioni, e risorse preziose. Come Bei ci stiamo impegnando molto in questo lavoro di advisory. Si tratta di affinare competenze, capacità di progettazione. E poi c’è un’altra cosa che andrebbe migliorata…»
Dica.
«Stabilire le priorità. Sembra una cosa scontata, ma non lo è. Molte opere vengono avviate e poi sospese se cambia il colore di un’amministrazione. Bisogna invece tornare a valutare il ritorno economico delle opere pubbliche. Si può, e si deve fare. Ricordo che la Bei è uno strumento proposto dall’Italia nel 1955 alla conferenza di Messina, prodromo dei Trattati di Roma, e ha come obiettivo favorire uno sviluppo armonioso dell’Europa».
Un miraggio, più che un obiettivo.
«Le faccio un esempio. Un gruppo di ingegneri Bei in passato ha visitato a Taranto gli impianti dell’Ilva. E sa che cosa hanno detto? Che è un impianto in grado di realizzare un acciaio eccellente. E la produzione di acciaio è strategica. Questa, ad esempio, è una priorità».
La Bei è una banca di lungo termine che però funziona anche come una sorta di merchant bank?
«In questi ultimi anni sono scomparsi i mediocrediti e i crediti industriali. Il valore della due diligence è andato scemando nel tempo con l’affermarsi del modello “originate to distribute”. Invece l’istruttoria deve restare il cuore delle valutazioni di credito. Analisi approfondite: le centinaia di pagine che i nostri ingegneri ed economisti scrivono per capire se un progetto è valido oppure no, sono necessarie. Sa qual è la principale ragione a frenare gli investimenti in Italia?»
Il reperimento dei capitali.
«No. È solo al terzo posto, al primo c’è l’incertezza politica e al secondo le regolamentazioni settoriali e del lavoro: il cosiddetto “business environment”. E ci sono primati dei quali neppure ci accorgiamo: siamo al settimo posto al mondo come produzione scientifica ma solo al 24esimo come raccolta dei fondi di venture capitale e al 57esimo per la cooperazione industria-università».
E non si può fare nulla?
«I fatti sono argomenti testardi, diceva Sciascia. Abbiamo realizzato con Cdp una piattaforma per finanziare progetti per industrializzare la ricerca scientifica, Itatech. Grazie a questo strumento si stanno avviando collaborazioni con il Politecnico di Torino, Napoli e la Scuola Sant’Anna. Si tratta di dedicare risorse. Idee. Competenze».
Come Fondo europeo degli investimenti avete anche azzeccato alcune scelte.
«Con Skype, Bla bla car, Sky scanner. Abbiamo investito indirettamente anche su Spotify. Abbiamo realizzato plusvalenze importanti da reinvestire a sostegno dell’equity delle Pmi europee. Ma oggi il nostro ruolo, attraverso le start up è creare un nuovo tessuto industriale visto il forte rischio di deindustrializzazione che l’Italia corre. Con il Fei rappresentiamo ormai un terzo di tutte le risorse del venture capital in Europa. Solo in Italia, negli ultimi dieci anni, 600 milioni in fondi di equity e quattro miliardi di garanzie con le banche per le Pmi. Come soggetto di natura pubblica, dobbiamo svolgere un ruolo di catalizzatore degli investimenti privati».
Una specie di bussola.
«Notiamo che se la Bei è coinvolta in un progetto i privati si fanno avanti con maggiore fiducia».
In Italia quante risorse avete impiegato?
«Dieci anni fa eravamo poco sopra i 5 miliardi all’anno. Dal 2012 a oggi oscilliamo tra gli 11 e i 12 ogni anno, con un volume triplo di investimenti mobilitati: 52 miliardi di prestiti e garanzie per 150 miliardi di investimenti mobilizzati nel quinquennio. Anche in questi mesi stiamo battendo il territorio per presentare nuovi strumenti come Jaspers, un programma misto Bei-Commissione Ue di assistenza gratuita nella progettazione delle grandi opere che utilizzano fondi strutturali europei. Oggi la risorsa scarsa per noi italiani non sono i soldi ma i buoni progetti. Concepire, predisporre e realizzare un investimento richiede un ciclo molto lungo. Ma necessario. Con Jaspers di recente abbiamo recuperato un miliardo che l’Italia rischiava di dover restituire a Bruxelles».
La strada mista pubblico-privato.
«Direi Europa-ministeri-enti locali-privati. Come Bei stiamo lavorando in collaborazione con il ministero dell’Università, ad esempio, per sostenere la ricerca nelle otto regioni del Mezzogiorno. Con i nuovi strumenti finanziari legati ai fondi strutturali abbiamo contribuito a molte iniziative di rinnovamento urbano. Si è passati dalla logica dell’aiuto a fondo perduto a quello di fondi che devono mobilitare risorse private. Un effetto leva virtuoso».
La manutenzione, sembra una cosa di minore rilievo.
«Ecco l’errore. L’Italia ha bisogno di manutenzione oltre che di progetti. Come è accaduto per il piano del governo “Buona scuola” per la manutenzione degli edifici scolastici: ci abbiamo creduto e abbiamo investito 1,5 miliardi».