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 2017  marzo 12 Domenica calendario

«Vi racconto mio padre. Era buono, cantava con noi»

PALERMO «Fino a ieri dicevo sempre che se i gatti hanno 7 vite, mio padre doveva averne 14, perché tante ne aveva passate e tanto aveva già sofferto in vita sua», sospira in vestaglia rossa la figlia più grande di Marcello Cimino, 18 anni da compiere a maggio. «Già una volta era finito bruciato – racconta la ragazza – nel 2003, dentro la sua macchina portava una tanica di benzina, l’aveva presa per rifornire l’apecar rimasto a secco, ma stava fumando e quando ha buttato la cicca dal finestrino, quella è rientrata finendoci sopra. Si è salvato solo per miracolo, è stato mesi ricoverato al centro ustioni dell’ospedale civico, col 50 per cento del corpo danneggiato, dalla cintola in su. Ma stavolta è diverso, stavolta lo ha ucciso un mostro che spero faccia la stessa fine. Neanche la mafia a Palermo ha mai ucciso così».
Siamo in una casa all’undicesimo piano di viale dei Picciotti, dove ora sono raccolte le tre donne della vita di Marcello Cimino, il clochard arso vivo l’altra notte fuori del convento dei Cappuccini: ci sono la primogenita, poi la sorellina che compirà 16 anni il prossimo 21 marzo e l’ex moglie del signor Cimino, Jolanda Gallidoro, che da tre anni aveva deciso di non avere più contatti con lui e aveva portato le figlie a vivere in questa nuova casa, sostenendole col suo lavoro di cuoca.
Però non è vero che il sentimento era finito: «Da qualche tempo si era preso il vizio – piange Jolanda —. Cattive compagnie lo avevano portato a drogarsi e io ho fatto di tutto per aiutarlo a smettere. Poi, però, mi sono arresa e l’ho lasciato. Perché Marcello a quel punto era cambiato, non era più l’uomo scherzoso, solare, buono che conoscevo, era diventato distaccato, quasi menefreghista. E io non reggevo più».
Non era più il Marcello di una volta, l’uomo dai mille mestieri, fontaniere, idraulico, muratore, meccanico, sempre gentile e disponibile con tutti, supertifoso della Juve, ballerino per hobby e pescatore a tempo perso alla Cala di Sant’Erasmo. Un uomo innamoratissimo delle sue figlie con cui cantava – lo ricorda ora la primogenita tra i singhiozzi – i pezzi forti di Gianni Celeste, esponente del neomelodico. E la sua preferita era «Ciao ciao».
Ora sul tavolo della sala da pranzo ci sono le foto della comunione delle due bambine, il 20 giugno del 2010, nella chiesa dell’Annunciazione del Signore, la stessa dove già domani forse saranno celebrati i funerali. Poi c’è la foto di lui allo stadio della Favorita prima di un Palermo-Juve di qualche anno fa. Tutte immagini di una vita felice prima del diluvio, quando ancora abitavano loro quattro insieme nella casa di via Barone, nel quartiere Medaglie d’Oro, la casa dei genitori di Marcello, Carmelo ed Eugenia, morti troppo presto. Marcello e Jolanda si erano conosciuti così, perché lei era la badante di sua mamma.
Vent’anni di vita insieme e poi lo strappo, lei da una parte e lui dall’altra, addirittura in strada, a fare il clochard, aiutato dai Padri Cappuccini per il pranzo e la cena, ma con un giaciglio di stracci e un po’ di vino di troppo per affrontare la notte e tutti i suoi pericoli.
Ma c’era anche tanto dolore da sopportare: la fine del rapporto con Jolanda, le morti premature del fratello Giovanni e della sorella Teresa. Eppoi la fatica immane di uscire dal tunnel della droga, «poi però ce l’aveva fatta – racconta orgogliosa la figlia più grande – dopo parecchie sedute al Sert. Perché papà era un uomo forte e io ho ripreso da lui».
Per tirare avanti, Marcello, ora faceva l’ambulante: raccoglieva in giro vestiti ed oggetti usati e li andava a vendere al mercatino di Ballarò. «Era tanto orgoglioso, riservato – continua la primogenita – noi figlie abbiamo continuato a vederlo fino all’ultimo, giovedì scorso abbiamo preso insieme un caffè. Ma non ci ha mai detto che dormiva per strada, lui ci diceva che era ospite da amici, per non farci preoccupare. Diceva che stava bene, che a Natale era stato al cenone dei Cappuccini e che pure domenica prossima, il 19 marzo, lì avrebbero fatto un pranzo per la festa del papà e lui ci sarebbe andato di sicuro. Tante volte abbiamo provato a farlo tornare in via Barone, ma non voleva più».
La signora Jolanda ora sta guardando il telegiornale. Il presunto assassino di suo marito è stato preso e ha confessato, ma lei resta di pietra: «Se n’è andato un pezzo della mia vita e alle mie figlie il padre non lo restituirà più nessuno». Ci tiene, Jolanda, «da donna a donna», a ringraziare la sottosegretaria di Palazzo Chigi Maria Elena Boschi per «l’abbraccio» mandato da Roma: «Ma ora chiedo giustizia – conclude —. L’uomo che l’ha ucciso dirà che è pazzo per avere qualche sconto di pena. E invece dovrà pagare per quello che ci ha fatto. Marcello non potrà mai vedere le sue figlie all’altare o i nipotini quando nasceranno. Io gli volevo ancora bene».