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 2017  marzo 11 Sabato calendario

«Mi hanno messo l’etichetta di quello chiuso e solitario. Non è così, io sono sensibile». Intervista a Kareem Abdul Jabbar

ROMA In-between: il «mentre» o, meglio ancora, il «frattempo». È il momento che intercorre tra un’idea che nasce e la sua attuazione. Oggi se ne parlerà a Pescara nel corso dell’«Oscar Pomilio Blumm Forum» e uno dei relatori, ricercato, voluto e invitato da Massimo e Franco Pomilio, sarà il miglior marcatore nella storia della Nba, l’inventore del «gancio cielo», il fuoriclasse icona dei Lakers dello showtime. Una leggenda e un uomo di grande cultura. Laureato in storia, scrittore, musicista jazz, allenatore (anche se incompiuto), attore («Ma non mi considero tale. Nel film “L’aereo più pazzo del mondo” desideravo solo dimostrare di essere simpatico e non scontroso come si diceva»): KAJ è un mosaico di varie esperienze e personalità, non solo un mito del parquet.
Ieri, nel frattempo (è il caso di dirlo), il quasi settantenne Kareem è passato per Roma con il suo staff e con Anna Waterhouse, origini piemontesi e sua co-autrice. Tra un minimo di turismo e compiti istituzionali, ha stupito anche chi lo conosce benissimo: «Se non avesse giocato, avrebbe fatto il professore di storia – dice Anna —. Ha una memoria incredibile: non sa molto di Roma, ma sa tutto dei suoi monumenti e delle date chiave». Un fenomeno. Anche di cultura. Ormai scrittore affermato, narratore della «sua» Harlem in «On the Shoulders of Giants», prossimo a raccontare John Wooden, il coach di Ucla che lo lanciò, amante di Sherlock Holmes. Lo ha scoperto tra una trasferta e l’altra della Nba.
Kareem Abdul Jabbar, perché Sherlock Holmes?
«Perché mi piace l’idea che si possa dedurre guardando le cose. L’ho applicata pure nel basket. C’era un avversario – non dico chi – che all’intervallo spariva. E quando tornava, c’era puzza di fumo. Mi informai su dove andasse: andava a fumare. Da quel giorno, nel secondo tempo, lo facevo correre e così lo sfiancavo. Elementare: si deduce per utilizzare».
Da Holmes è nato pure Mycroft Holmes, storia del fratello maggiore di Sherlock.
«Ci sarà un seconda versione del libro. La sua è una figura affascinante: Mycroft raccontava di non essere nel governo britannico, ma di “essere” il governo britannico. L’idea che qualcuno controlli dietro le quinte mi intriga».
Altri casi di «frattempo» che la riguardano?
«Da piccolo volevo giocare a baseball. Ma ero troppo alto. Però a basket non ero bravo, così ho dovuto lavorare sodo per diventare forte. Allenamento, pratica gioco: anche un secondo è importante, a volte il tempo lo sciupiamo».
In un’intervista di otto anni fa diceva che Jabbar era un uomo che doveva ancora imparare. È sempre così?
«Sì, certo. Il processo inizia nel giorno uno della vita di ognuno di noi e dura finché continui a scoprire qualcosa che non sapevi».
Ha pure combattuto e vinto la leucemia: il guerriero del basket ha aiutato l’uomo?
«Assolutamente: lo sport rende più preparato alle battaglie della vita».
Miglior marcatore della storia Nba. Jabbar è il numero uno di sempre?
«Impossibile dirlo. Di mezzo ci sono ere differenti e posizioni in campo: io ero un centro, Jordan, per dire, una guardia-ala. Ma Jordan è più o meno forte di me? Non c’è risposta».
Si vedrebbe oggi in campo?
«Vedo ancora tanti giocare in post basso come facevo io: certe cose non cambieranno mai. Il basket di oggi mi piace? Il gioco è cambiato, non sempre in meglio. Ma ci sono tanti aspetti positivi e ci hanno guadagnato le partite».
Muhammad Ali è mancato da poco. Lei ha seguito la sua scia, convertendosi all’Islam. Sono possibili confronti?
«Abbiamo avuto un problema comune: in quegli anni siamo stati due islamici di spicco. Preferisco parlare di lui: Ali era estremamente carismatico e amato come atleta. Ha dovuto andare dietro a questa reputazione per diventare un personaggio chiave della storia».
Lei si sente un’icona degli afro-americani?
«Forse sono apparso così. Ma ho solo cercato di essere quello che volevo, prima di tutto per meritare il rispetto dei miei figli e del prossimo».
Qual è il libro migliore di KAJ?
«Un libro è come un figlio: voi avete un figlio preferito?...».
Uno l’ha dedicato ad Harlem.
«È stato importante per me perché spiega come i neri hanno avuto un impatto formidabile sulla rinascita di Harlem. È un messaggio valido pure oggi: la gente di colore può dare un contributo decisivo al miglioramento degli Usa. E l’America può fare di più per la sua educazione».
C’è ancora razzismo nel mondo?
«Sì e dobbiamo parlarne: la mia speranza e che si cambi. Il razzismo appartiene alla natura umana: non è una situazione bella, ma dobbiamo batterci per modificarla».
La realtà dell’Isis mette in difficoltà un musulmano?
«I musulmani hanno solo un compito: dimostrare che sono bravi cittadini. E devono provarlo al mondo: non possono escludersi da questa missione».
Lei è stato paladino di Barack Obama, che le conferì la Medaglia Presidenziale della Libertà, la più alta onorificenza degli Usa. Ma ora il presidente è Donald Trump: non sembra il suo tipo...
«Quando era candidato ho detto che non era nemmeno degno di essere candidato alle Primarie. Figuratevi cosa posso pensare ora che è diventato presidente: l’ho criticato sul Washington Post. Ma adesso è alla Casa Bianca ed è giusto vedere se le sue performance migliorano».
Lei e Shaquille O’Neal siete stati due dominatori dell’area. Ma non vi siete mai affrontati: chi avrebbe vinto, se fosse successo?
«Purtroppo solo il campo avrebbe potuto stabilirlo: lui era potenza pura, io avevo l’astuzia del gancio. Sarebbe stato un bel duello».
Il nuovo «showtime» sarà quello di Golden State?
«Hanno un modo di giocare impetuoso, di chi sa come imporre qualcosa. Ma mi faccio una domanda: quanto riusciranno a tenere questo ritmo?».
Intanto i suoi Lakers stanno affrontando una dura ricostruzione. Ne soffre?
«Be’, certo. La rinascita dipende da tante cose e alcune non sono sotto controllo. Ci vogliono personalità e le persone giuste: non è impossibile, ma è sempre difficile».
E Magic Johnson è tornato a occuparsi del club...
«Ha un incarico nelle operazioni generali. Non so quanto sia bravo ad amministrare: lo capiremo».
Perché un fenomeno come lei non è diventato anche un grande allenatore?
«Forse perché sono troppo introverso come coach. È un atteggiamento che nasce dalla mia storia di giocatore: mi chiedevano sempre delle stupidaggini e io rispondevo secco. Così ho avuto la fama di quello troppo chiuso. Ma non è così: io sono sensibile».