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 2017  marzo 11 Sabato calendario

Anna Netrebko superstar. Quattordici minuti di applausi alla diva russa

«Sì, ero molto preoccupata. Molto nervosa. Cantare Violetta alla Scala è un triplo salto mortale» confessa Anna Netrebko. Acrobazia riuscita alla grande, 14 minuti di ovazioni finali e applausi anche durante l’opera. Per Netrebko la prova fragorosa di aver vinto la scommessa di Traviata. Emozionata, Anna è tornata infinite volte alla ribalta a ringraziare, con ancora indosso la camicia da notte dell’ultimo atto, i capelli sciolti, tra le mani i fiori lanciati dal loggione. La zona del teatro più temuta dagli artisti, l’altra sera era tutta con lei. E ora, il giorno dopo, il soprano russo può permettersi il lusso di ridere di gioia per l’esito trionfale della serata che l’ha vista debuttare, in un Piermarini straesaurito e con la gente pronta a pagare qualsiasi cifra per un biglietto.
«Cimentarmi in Traviata è stata una mia idea. Ne ho parlato con il sovrintendente Pereira, che mi aveva fatto esordire nell’opera a Saliburgo nel 2005, gli ho chiesto di cantarla ancora una volta, e alla Scala, prima di dire addio a questo ruolo. Che interpreterò ancora una volta a Parigi e poi non più. Oggi sento di poter dare a Violetta molto di più di quello che le avevo dato dieci anni fa». In dieci anni la sua voce è maturata e il suo cuore oggi è appagato dall’amore per Yusif Eyvazov, tenore azero, sposato due anni fa a Vienna con fasti da favola, carrozza, cavalli e fuochi d’artificio.
E la favola continua. L’altra sera alla Scala Netrebko è stata incoronata a furor di pubblico Violetta. «Ringrazio tutti per questa serata indimenticabile... i miei colleghi bravissimi Leo Nucci e Francesco Meli. E naturalmente il maestro Nello Santi». Il momento più emozionante? «Ogni istante, dall’inizio alla fine. Ma forse il quarto atto è il più coinvolgente».
Rispetto a Salisburgo, dove Violetta amava e soffriva in minigonna, alla Scala si è ritrovata nelle romantiche crinoline della più classica delle produzioni, firmata da Liliana Cavani sulla scia di quella storica di Luchino Visconti con Maria Callas. «Mi è piaciuta la versione contemporanea di Salisburgo ma oggi preferisco questa più tradizionale. Anche perché i costumi sono straordinari e io adoro i bei vestiti». Per rilassarsi, in attesa del debutto, ha fatto una due giorni milanese a saccheggiare i negozi della moda. «Ho comperato di tutto e di più. Negli armadi delle mie due case, a Vienna e a New York, ormai non ci sta più niente. Ma non posso farne a meno. E poi le scarpe mi fanno perdere la testa...». Due case in due parti del mondo. «Vienna è classica, bella, piacevole. New York è pazza». Forse ora con Trump lo è un po’ meno... «Non so, non sono americana. Ma molti miei amici non sono affatto felici».
Della Russia le resta una famiglia a Krasnodar, la sua città natale, la città dei cosacchi. «Prossimamente andrò a San Pietroburgo per le Notti Bianche. Al Mariinskij canterò per la prima volta Adriana Lecouvreur, sul podio Valerij Gergiev». Il direttore a cui Anna deve di più, quello che la scoprì tanti anni fa quando lei, per mantenersi agli studi di canto, puliva i pavimenti in quel teatro. Dove oggi torna da Diva. E alla Scala è tornata da Divina, visto che qui ha aperto due volte la stagione, con Don Giovanni e Giovanna d’Arco, e il 7 dicembre prossimo metterà la sua terza stelletta con Andrea Chenier di Giordano, direttore Riccardo Chailly. E stavolta, nel ruolo del titolo, ci sarà anche il marito di Anna. «Sono felice di ritrovarmi con Chailly. La Scala è un teatro importante per ogni cantante. Essere applauditi qui è un onore speciale perché il pubblico è molto competente, conosce le opere in ogni singola nota. Avverto bene l’intensità con cui ascolta. L’altra sera è stata una buona performance, ma qui non basta cantare bene una volta. Qui bisogna cantare al meglio ogni sera».