Corriere della Sera, 11 marzo 2017
Est più lontano. E Berlino ricuce
Berlino Cosa resta in comune a tutti i 27 membri della Ue (una volta uscito il Regno Unito) nell’era delle velocità multiple? Litigi sui soldi? Questo pensiero era nella mente di molti leader di governo durante il Consiglio europeo di giovedì sera e ieri. Un vertice raro, che non è terminato come al solito con un consenso formale ma anzi è finito con una rottura, con un documento non ufficialmente attribuibile al Consiglio stesso, perché non firmato dalla Polonia, e con parecchi dissensi espressi negli incontri finali dei politici con i media.
Non è facile dire chi ha vinto; piuttosto chiaro, invece, è chi ha perso qualcosa. Ed evidente è che riformare la Ue, anche solo tracciarne le linee del cambiamento nella Dichiarazione di Roma del 25 marzo, sarà un’impresa.
La signora Beata Szydło, primo ministro della Polonia, si è cacciata in un angolo per il rifiuto di riconfermare il suo connazionale Donald Tusk come presidente del Consiglio Ue. E, nonostante Tusk sia stato rinominato per 30 mesi dagli altri 27 Paesi, nell’angolo è rimasta e non ha sottoscritto il documento finale. Tutti irritati. E qualcuno preoccupato. Angela Merkel non vuole e non può perdere la Polonia: aveva cercato di convincere Varsavia, ora dovrà ricucire. Szydło è rimasta isolata sulla vicenda Tusk ma per molti versi ora potrebbe risultare la leader del gruppo degli insoddisfatti della strada a velocità differenziate imboccata dall’Unione: in sostanza i Paesi dell’Est.
Il Gruppo di Visegrád – Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria – non è favorevole alla prospettiva dei diversi livelli di integrazione. Si tratta di Paesi che sono entrati nella Ue attratti dal mercato unico e dai sussidi che hanno ottenuto da Bruxelles ma raramente hanno pensato di mettere in comune pezzi consistenti della loro sovranità, in parte memori di essere stati costretti a farlo negli anni dell’impero sovietico. Il fatto che oggi altri Paesi decidano una maggiore integrazione in alcuni campi fa loro temere di finire in un cerchio lontano dal centro della Ue. Un girone nel quale i soli territori comuni a tutti saranno il mercato unico e il bilancio comunitario, ma con il rischio che la voce degli integrati al minimo sia sempre più fievole.
Ieri, la signora Szydło ha accusato il presidente François Hollande di averla ricattata: niente fondi Ue perché la Polonia si è comportata male. Timori espressi anche da altri Paesi dell’Est, ad esempio dalla Romania e in parte dai Baltici. Tanto che il primo ministro olandese Mark Rutte ha invitato i quattro di Visegrád ed Estonia, Lettonia, Lituania a una riunione con i tre del Benelux per discutere del futuro della Ue. I Paesi dell’Est, Polonia in testa, escono insomma insoddisfatti dal vertice terminato ieri. Difficile però dire che ci siano stati vincitori.
La Dichiarazione di Roma sarà ora oggetto di trattative e non si sa come sarà articolata la prospettiva delle velocità multiple. Il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha presentato cinque scenari e ogni governo ha le sue preferenze.
Ieri sono stati discussi i fondamenti della Dichiarazione, preparati da Italia e Malta, che andranno integrati con altre proposte. Ma gli obiettivi rimangono diversi. La Germania, per esempio, si oppone a ogni rafforzamento della Commissione Ue, anzi vorrebbe esautorarla nel ruolo di controllo dei bilanci pubblici. L’Italia e altri vorrebbero rafforzare il lato sociale dell’Unione. Il sentiero è stretto.