Corriere della Sera, 11 marzo 2017
«Alfredo era comunista, ma l’imprenditore lo sa fare». Intervista a Paolo Cirino Pomicino
ROMA «Conosco Romeo da trentacinque anni. Mi creda, parliamo di un grande imprenditore nazionale. Fatico a riconoscerlo in quello che leggo e sento dire di lui».
Romeo però è in galera per corruzione.
«Resta il fatto che l’Italia è ancora il Paese del servo encomio e del codardo oltraggio, come diceva Manzoni».
Paolo Cirino Pomicino sfoglia l’album di sette lustri di ricordi sul suo amico Alfredo Romeo, in carcere per l’inchiesta Consip. «Parliamo – scandisce l’ex ministro democristiano – di un imprenditore che non pensa solo al suo core business. Di uno che ha anche a cuore l’interesse collettivo. A cominciare dallo sviluppo delle città. Penso ai soldi che ha fatto avere al Comune di Napoli».
A che soldi si riferisce?
«Grazie a una triangolazione con le banche, riuscì a far fruttare il patrimonio immobiliare del Comune di Napoli facendo sì che gli inquilini di questi immobili ne diventassero pian piano proprietari. La rata dell’affitto diventava come la rata di un mutuo, per capirci. Al Comune arrivarono qualcosa come 110 milioni di euro in due anni. Diciamo così, Romeo è uno che ha un know how non da poco. E non lo dico io. Lo dicevano di lui già i suoi concorrenti, quand’era più giovane».
Chi?
«I manager della Pirelli Real Estate. Oppure i Ligresti. Tutti convinti del valore di Alfredo come imprenditore».
Romeo era un democristiano come lei?
«Tutt’altro. Da giovane era di sinistra, un comunista. Poi per fare l’imprenditore ha abbandonato la militanza politica e si è dato solo agli affari».
Che si fosse dato solo agli affari s’era capito.
«Badi bene, io l’ho sempre conosciuto come un imprenditore dalla grande sensibilità civica e politica, sempre interessato anche alle grandi questioni generali».
Resta il fatto che è finito di nuovo nei guai con la giustizia.
«Parliamo di uno che ha già affrontato un importante calvario giudiziario che si è chiuso con l’assoluzione. Di fronte a una persona così, la prudenza dovrebbe essere doppia. Ha però la fortuna di avere a che fare con la Procura di Roma. In cui ci sono dei magistrati che, come s’è visto di fronte ad alcuni indagati di Mafia Capitale, non hanno difficoltà a riconoscere i propri errori».
Ma c’è anche la Procura di Napoli...
«Della Procura di Napoli non dico nulla».
Siamo di fronte al sequel di Mani Pulite?
«Sono due cose diverse. All’epoca c’era il tema del finanziamento illecito ai partiti che sfociò in una serie di inchieste molto più ampie. Oggi, col sistema dei partiti che s’è dissolto, siamo di fronte a una serie di opacità che riguardano altri contesti, dalla pubblica amministrazione ai grandi mercati finanziari».
Renzi ha chiamato al Lingotto il figlio di Nugnes, consigliere comunale di Napoli che si suicidò ai tempi della vecchia inchiesta su Romeo.
«Un gesto riparatore nei confronti della sua famiglia, immagino. Ma che ha anche delle venature propagandistiche non indifferenti, poco consone al partito che sta al governo del Paese».