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 2017  marzo 12 Domenica calendario

“Di brutto” o “una cifra” come parla la radio il primo social network

Gente, cosa, roba e storia. Alternati da casino, whatsappare e pochino. Se siete tra i 35,5 milioni di italiani che ogni giorno accendono la radio, queste parole vi dovrebbero essere famigliari: sono tra quelle a più alto tasso di frequenza. Perché la radio parla sempre di più come il Paese. E lo fa «di brutto», «una cifra» o «a palla» a seconda del dj preferito. Però, ed è una notizia, a grande sorpresa si salva il congiuntivo: usato non tantissimo, ma almeno in forma corretta. È un variegato viaggio tra le voci dell’etere quello proposto da Enrica Atzori, linguista, esperta di massmedia e bibliotecaria di Erba (Co), che dopo lunga e dettagliata analisi dei programmi più ascoltati, ha scritto La lingua della radio in onda e nella rete, Franco Cesati Editore.
La ricerca
«Sentivo l’esigenza di indagare la colonna sonora delle giornate di milioni di persone, in un periodo storico in cui la radio sta vivendo una sorta di rivoluzione grazie ai social. Sta cambiando la fruizione del mezzo, ma sta cambiando l’interazione tra ascoltatori e conduttori. E questo influisce in maniera significativa nel linguaggio». Nel mercato italiano oggi operano 3 reti pubbliche principali, una quindicina di emittenti private nazionali e circa 1.000 emittenti private locali. Una galassia di parole difficile da fotografare. Sfogliando il lavoro dell’Atzori si evince una netta distinzione tra il parlato istituzionale, tipico dei giornali radio, dei programmi culturali e informativi e, nei rari casi rimasti, dei reportage e dei documentari, rispetto a tutto il calderone dell’intrattenimento. «Un lessico semplice, comune, che evita i tecnicismi e gli anglicismi: i gr e i format di approfondimento utilizzando una lingua tendenzialmente seria e controllata. C’è una buona costruzione e una scelta attenta delle forme lessicali. Nei notiziari si prediligono frasi breve, scandite con ritmo sostenuto, ma dove la lingua è sicuramente promossa. È una lingua corretta, più scritta e meno improvvisata».
Tra un «boh», un «wow» e un «ma vieni» il linguaggio dell’intrattenimento tende invece a simulare la quotidianità: periodi cortissimi, sintassi basica, giovanilismo dilagante, sequenze di dialoghi e l’invasione di termine presi in prestito dal web e dalla telefonia. «Facebuccare, twittare, whatsappino, youtubbare: ormai fanno parte del vocabolario “on air”, proprio a testimoniare la perfetta integrazione tra la radio e la rete. Quello che sorprende è una sorta di esasperazione dei tratti del parlato, anche forzandoli. E spesso pure l’intonazione, fatta di interrogative, esclamative, sospensive e sottolineature enfatiche, rispecchia ed esatta questa tendenza».
Le parolacce
E poi il turpiloquio, oggi totalmente sdoganato, a 40 anni dal primo «cazzo!», pronunciato in radio dallo sceneggiatore e scrittore Cesare Zavattini nella rubrica Voi ed io, punto e a capo del 25 ottobre 1976. Parolaccia che è diventata cifra stilistica: basti pensare allo Zoo di 105, che si contende con Tutto esaurito, sempre di Radio 105, la palma più ascoltato in Italia. La banda di Marco Mazzoli, rimasta orfana pochi giorni fa della storica presenza di Leone Di Lernia, ha fatto del linguaggio trasgressivo il cavallo di battaglia del proprio successo, quantificato dalla Atzori, nelle puntate esaminate, in tre parolacce al minuto di media. Chi gioca ad alzare l’asticella della libertà di espressione è anche Giuseppe Cruciani, conduttore insieme a David Parenzo, de La zanzara su Radio24. Vale tutto: è un po’ questa la regola del conduttore, fatta propria dagli ascoltatori. «Non a caso dicono più parolacce gli ascoltatori degli speaker. È una estremizzazione dell’informalità, resa ancora più facile dal largo spazio dato alle pronunce regionali: lo stesso Cruciani non si fa problemi a scivolare nel romanesco».
Per quanto riguarda il dialogo con chi telefona l’Atzori porta ad esempio un momento di conduzione di Giusi Legrenzi e Fulvio Giuliani, su Rtl 102.5: le caratteristiche sono quelle tipiche del faccia a faccia, con frammentazione dei turni, frasi interrotte, esitazioni, riempitivi. Nulla di preparato, nulla di inscatolato: parola d’ordine «normalità». Aiutati dai tormentoni, che fanno tanto community, con parole vere e inventate che diventano marchi di fabbrica. Maestri in questo sono Marco Presta e Antonello Dose del Ruggito del consiglio, su Radio2: gruppone, ricicciarsi, riciccescion fanno parte di un gergo inclusivo, che ti fa sentire pare della grande famiglia. «E questo si amplifica nella parte social – conclude la Atzori – Smartphone, tablet e app hanno trasformato gli ascoltatori in “ascoltatori connessi”, che scrivono, commentano e condividono utilizzando lo stesso stile del programma. In fondo la radio, con le telefonate in diretta inaugurate nel 1969 con Chiamate Roma 3131, è il primo social network del 900».