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 2017  marzo 12 Domenica calendario

Un Toscanini non si ripete

Milano, 1926. Igor Stravinskij, durante le prove di Petruška e Le rossignol, osserva che Toscanini dimostra di conoscere i dettagli più nascosti delle due partiture. «Questa sua qualità è nota a tutti, ma fu solo allora che ebbi occasione di vederla applicata a una mia opera. La sua memoria è proverbiale, non gli sfugge un particolare».
Vienna 1933. Il fagottista dei Wiener Philharmoniker Hugo Burghauser ammette che «con Toscanini l’orchestra ha toccato il punto culminante dell’esperienza di ogni musicista. E non solo perché era superiore agli altri direttori, ma perché ci rese superiori a noi stessi e questo fu il fenomeno inspiegabile. Accadde che la vecchia Settima di Beethoven, che avremmo potuto suonare a occhi chiusi, e anche Brahms e Mozart, ci apparvero appena creati».
New York, 1937. William Carboni, un violista dell’orchestra che la Rca (Radio Corporation of America) aveva creato per lui, nota che Toscanini, durante le prove, fa ripetere più volte i passi d’orchestra, mette in risalto il «canto» dei singoli strumenti ed esige di ascoltare, uno per uno, i passaggi solistici. Anche se gli orchestrali sono i professionisti migliori degli Usa, se non è soddisfatto il maestro grida: «Cantare, non solfeggiare! Sing! Dont’ do solfeggio exercises». La cantabilità, l’evidenza data al melos, rimarrà una delle sue cifre interpretative più tipiche.
Arturo Toscanini – nato a Parma il 25 marzo 1867, figlio di un sarto appassionato di lirica – rimane tuttora il più carismatico tra le migliaia di direttori d’orchestra che si sono succeduti nei circa due secoli di vita di questa professione. È stato un musicista probabilmente irripetibile, per la combinazione di doti tecniche, moralità della devozione alla professione, coraggio civile, circostanze storiche in cui si è svolta la sua carriera, durata 68 anni. Dal 1886, quando a Rio de Janeiro, sostituendo il direttore titolare cacciato dall’orchestra, dirige Aida, al 1954, quando alla Carnegie Hall di New York, durante un concerto, perde la concentrazione e si ferma. Seguono 14 infiniti secondi di silenzio, prima che riprenda la direzione di un brano del Tannhäuser di Wagner. Alla fine del concerto raggiunge il camerino e decide che poserà per sempre la bacchetta, mentre in teatro l’ovazione del pubblico non accenna a diminuire. Morirà a New York, novantenne, il 16 gennaio 1957.
In questo arco di tempo, combattendo antiche abitudini, a Torino, Milano e New York, le città dove più è stato attivo, ha imposto al pubblico il rispetto dell’integrità dell’opera d’arte musicale: «Tolse di mezzo il ballo alla fine degli spettacoli, cancellò i bis, pretese il buio in sala. Proibì alle signore di tenere il cappello durante le recite. Educò a pensare all’opera come a una forma d’arte complessa, non a un divertimento fondato sul protagonismo dei cantanti. Quando non erano preparati non esitava a protestarli e talvolta a cassare le recite, con grave rischio per sé e per gli amministratori», scrive Ivano Cavallini in un saggio biografico di prossima pubblicazione per la Treccani.
Il suo repertorio fu sterminato: 117 opere e a 480 lavori per orchestra. Circa 600 partiture di 190 diversi compositori. Dirigendo sempre a memoria: era miope, non poteva trovare aiuto girando le pagine della partitura durante l’esecuzione. L’elogio più acuto lo ha scritto Stefan Zweig. Già nel 1935, nella prefazione al libro dedicato a Toscanini dal critico austriaco Paul Stefan, Zweig vede nel «magico potere esercitato sui suoi spettatori» l’esercizio di «un’azione morale» e conclude: «Niente ci può ispirare tanta riverenza per questo grande esempio di abnegazione, quanto il vedere un simile artista ricondurre perfino un’età confusa ed empia al rispetto dei suoi più sacri valori».
Una responsabilità involontaria è riconducibile a Toscanini. Grazie al successo delle registrazioni discografiche, delle trasmissioni radiofoniche e televisive, ha dato un impulso irreversibile alla «regressione dell’ascolto», come già nel 1938 intuiva il filosofo Theodor Adorno. Un ascolto che, incalzato dall’industria della musica riprodotta, avrebbe sempre più privilegiato la quantità, la serialità, il contenente rispetto al contenuto. E regressione che oggi, nella compressione del suono operata da smartphone e tablet, negli ascolti in streaming e da YouTube, ha raggiunto una rozzezza che Toscanini avrebbe combattuto con tutta la sua ineguagliata energia morale.