La Lettura, 12 marzo 2017
1880-1980, il secolo esatto
Le porte del mondo contemporaneo per l’Europa si aprirono con le rivoluzioni settecentesche. Da allora il tempo della storia politica sembra quasi muoversi secondo un ritmo regolare in cui i secoli non ci appaiono brevi né lunghi, ma esatti. Dietro questo gioco del calendario troviamo, in realtà, la questione della periodizzazione, vale a dire l’utilizzazione di convenzioni formali, come quella della partizione del tempo, per mettere a fuoco il filo rosso di un’intera epoca.
Se guardiamo dunque agli eventi che vanno dalla fine del Settecento a oggi, credo abbia senso leggere le vicende della sfera politica a partire dalle sue fondamenta conflittuali, vale a dire il rapporto fra Stato e società. In questo senso, dunque, si può individuare un Big Bang, rappresentato dalle rivoluzioni americana e francese, che non ha ancora esaurito la sua carica propulsiva e ha dato origine ai cardini della modernità politica a cominciare dagli Stati-nazione, con tutto quello che ne consegue in termini di legittimazione popolare: il nuovo, insostituibile, cemento del potere pubblico. Tuttavia, all’interno di tale gigantesca onda d’urto, che potremmo definire del costituzionalismo rappresentativo, si possono individuare profonde differenze che corrispondono a precise scansioni secolari. Se assumiamo la prospettiva della dinamica politica profonda, il XIX secolo è il periodo che parte dalla Rivoluzione francese del 1789 e arriva agli anni Ottanta dell’Ottocento, mentre il XX copre i cento anni – un secolo esatto – che vanno da allora fino agli anni Ottanta del Novecento.
Nel XIX secolo lo Stato si fa nazione (e viceversa) e il liberalismo s’impone come l’orizzonte ideologico in grado d’interpretare la nuova logica economica e sociale. Siamo di fronte a una mutazione che farà degli Stati non più le sedi del potere assoluto, bensì il luogo di comunità di partecipazione politica, più o meno mitiche e culturalmente omogenee. È l’ambiente in cui gli individui, imponendo la costituzione ai sovrani, prendono consapevolezza di un protagonismo politico che li affranca dal ruolo di sudditi e li proietta in quello di cittadini. L’immaginario del XIX secolo è composto da questi soggetti giuridicamente liberi, la cui azione mette in crisi gli antichi bastioni familiari e di ceto per fare dell’individuo la misura di ogni cosa. La società civile appare, dunque, al centro e definisce l’ambito entro cui si muove la nuova scienza economica e a cui dovrebbe sottostare lo Stato. Ovunque in Occidente il liberalismo, nella versione continentale, ma anche, in modi diversi, in quella anglosassone, si diffonde come dottrina rivoluzionaria che pretende di restituire agli individui la libertà di scegliersi il destino, di affratellare i popoli, liberare gli uomini da vincoli artificiali, poteri privi di legittimazione popolare, barriere giuridiche, censure e superstizioni. Dal punto di vista politico, tutto ciò impone un’idea forte ed elitaria di rappresentanza come strumento di controllo di ogni manifestazione del potere politico, a cominciare dai governi.
Inizia qui il regno, allora luminoso, del Parlamento, quello che, secondo gli inglesi, ha ogni potere tranne quello «di trasformare un uomo in donna e di far crescere un filo d’erba». È il tempo in cui, come scrisse in seguito il costituzionalista Domenico Zanichelli, «in Europa tutti, pensatori e uomini politici, speravano nelle istituzioni rappresentative come in una panacea universale; si diceva che il sistema parlamentare avrebbe apprestato il rimedio ai mali che affliggevano gli Stati e la società, che avrebbe dato legittima e pronta soddisfazione ai bisogni popolari e perciò avrebbe chiuso per sempre l’era delle rivoluzioni». Ma è proprio l’incapacità di controllare i ritmi delle trasformazioni sociali e delle pressioni popolari a mettere in discussione l’efficacia di un universo i cui riferimenti ideali sono quelli della Golden Age vittoriana in Gran Bretagna, emblematizzata da Lord Palmerston e John Stuart Mill, e del regno di Luigi Filippo in Francia.
Quando e perché si conclude questo XIX secolo? I segnali di fine epoca si manifestano con la crisi dei rapporti tra le diverse anime della cultura liberale, effetto delle preoccupazioni per la mancata integrazione delle pretese democratiche all’interno delle nuove istituzioni. Si diffonde una nuova sensibilità che ridimensiona l’afflato costituente e preferisce tutelare le istituzioni da pericoli che inopinatamente ora vengono dal popolo. La Comune di Parigi del 1871 ne è testimonianza. Quel traumatico evento comincia a incrinare le sicurezze di molti liberali, che avevano visto nel primo ministro britannico William Ewart Gladstone, e nel suo «pace, conti in ordine e riforme», l’incarnazione della (ridotta) pratica virtuosa di governo. Le nuove classi dirigenti prendono dunque atto che aver garantito le libertà giuridiche a tutti gli individui non ha comportato la fine dei conflitti di classe. Anzi, annota nel 1878 il marchese Alessandro Guiccioli, «noi, in base a un’ideologia assurda, contraria ad ogni realtà e a ogni sistema sperimentale, abbiamo creato il diritto al benessere. Onde ne viene che chi non lo ha, cioè quasi ciascuno, si crede defraudato di ciò che gli spetta». Il XX secolo, quindi, si avvia nel momento in cui questa disillusione diventa sistema, con l’obiettivo di preservare modernità e ordine sociale. E non a caso è la nascita dell’Impero bismarckiano, da quel momento lo Stato per eccellenza, ad annunciare il repentino travaglio. La Germania, sin dalle origini, costituisce la sfida di successo all’idea egemonica che modernità, sviluppo e progresso fossero associabili unicamente al liberalismo anglosassone. È stata la dimostrazione che anche i valori ritenuti pre-moderni erano in grado, se ben orchestrati, di giungere a un’integrazione nazionale di successo e, soprattutto, a una legittimazione politica che, in virtù di un solido sistema amministrativo, scientifico e militare, mostra di non temere la sfida interna socialdemocratica.
Sono però gli anni Ottanta a rappresentare il simbolico spartiacque tra XIX e XX secolo. Il congresso di Berlino nel 1878 aveva, di fatto, posto le basi per un’intensificazione delle rivalità tra gli Stati, che avrebbe ben presto dato i suoi frutti, a cominciare da quello di eccitare opinioni pubbliche sempre più portate a considerare lo Stato uno strumento demandato a competere in termini agonistici e nazionalistici. Se, però, vogliamo individuare una data simbolica per l’ingresso nel nuovo secolo, dobbiamo volgerci al luglio del 1879, quando il Parlamento tedesco mise in moto la slavina protezionista che negli anni successivi avrebbe travolto il principale pilastro della cultura liberale, la libertà dei commerci. Si è trattato di una scelta foriera di un nuovo modo d’intendere la politica economica, che dagli individui passa nelle mani degli Stati impegnati a ridisegnare, in funzione di criteri di contenimento sociale, i bilanci pubblici con la stessa logica dei rapporti diplomatici, rendendoli cioè più attenti alle sirene del riarmo, della militarizzazione e delle rivalità nazionali.
Siamo nel XX secolo: il calendario non lo dice, ma lo fanno capire le impensabili accelerazioni della scienza, delle arti, della tecnologia. Lo dice soprattutto, in politica, la trasformazione dello Stato-nazione nello strumento che assoggetta la società. Persino la Gran Bretagna, sempre diffidente verso lo Stato, comincia a pensare in termini di National Efficiency. Dalla legislazione sociale all’imperialismo, dal New Deal di Roosevelt sino alla democrazia sociale, in quei cento anni del XX secolo i governi si sono fatti carico del controllo di una sempre più irrequieta sfera sociale, accrescendo le proprie prerogative. Il costante e inarrestabile passaggio dalla centralità del legislativo a quella dell’esecutivo, in tutto l’Occidente, non ha avuto più ostacoli. A prescindere dal colore e dal Paese, tutti i governi hanno mirato a estendere il loro ruolo e la loro funzione pedagogica. La Prima guerra mondiale da questo punto di vista non introduce novità qualitative, ma solo un’impressionante intensificazione quantitativa. Dalla carneficina del 1914-1918 esce trionfante lo Stato-nazione, esaltazione di una incrollabile cultura dell’esecutivo che si rafforza sempre più, mentre i partiti e le ideologie sembrano trovare nuova linfa come strumenti di una società civile che, pur trovando riparo nella statualità, non rinunciano a rivendicare nuove forme di conflitto. La soluzione di Roosevelt alla crisi del 1929 è la dimostrazione che anche gli Stati Uniti si stanno piegando alla ferrea logica del regolatore pubblico. Quello che un tempo era lo Stato intrusivo ormai è considerato anche protettore e cresce, attraverso le sue articolazioni – ministeri, apparati burocratici, enti, agenzie amministrative —, nel fronteggiare da un lato un capitalismo sempre più manageriale e dall’altro i movimenti di classe. Da questo punto di vista non sembrano rappresentare degli spartiacque neppure i regimi fascista e nazista, risposte patologiche e totalitarie al problema del conflitto Stato-società civile, che viene percepito come una frattura di una mitica ed organica entità unitaria, da ricomporre a ogni costo. Anche la Rivoluzione sovietica d’altronde si pone l’obiettivo mitico dell’estinzione dello Stato, ma si arena nella logica di un capitalismo di Stato, accentratore e totalitario.
Il trentennio dalla fine della Seconda guerra mondiale agli anni Ottanta del Novecento non mostra ripensamenti dal punto di vista dell’intervento pubblico gestito dallo Stato-nazione, nonostante questo fosse stato un cardine della politica nazifascista. Ora ovviamente le democrazie lo declinano attraverso il riconoscimento del pluralismo dei partiti, legittimati dalla resistenza alle dittature e ormai diventati espressione semi-istituzionale della volontà della società civile. Emblematica in questo senso la soluzione presidenziale di Charles de Gaulle, che sovrasta, senza cancellarle, le vestigia parlamentari della Quarta Repubblica. Keynes e Beveridge dimostrano che la società civile non deve più temere lo Stato e comunque welfare e diritti sociali sono ormai valori che nessuno potrebbe contestare. Ma l’esponenziale incremento della spesa pubblica e la presenza sempre più pervasiva dello Stato come orientatore del mercato stanno producendo una crescente insofferenza. Le difficoltà degli anni Settanta, amplificate dalla crisi petrolifera, e la conseguente ripresa della conflittualità sociale, sembrano annunciare che il «diritto» al benessere, di cui si era lamentato Guiccioli cento anni prima, potrebbe finalmente essere negato. Margaret Thatcher e Ronald Reagan offrono una soluzione che lega la soddisfazione dei desideri individuali (e non più collettivi) allo smantellamento dello Stato, tornato ad essere nemico della libertà individuale. Di fronte a questa trasformazione, paradossalmente, è il nuovo capitalismo non regolato, sempre più avanzato tecnologicamente, a offrire risposte ai bisogni che lo Stato non riesce a soddisfare.
Perché inizia qui il XXI secolo? Perché forse il difficile rapporto tra Stato e società che ha attraversato questi secoli, con la prevalenza ora dell’uno ora dell’altro, si sta risolvendo in un paradossale indebolimento di entrambi. Insomma, se lo Stato soffre, non è che la società gioisca. La società civile – intesa come insieme di associazioni, partiti, sindacati, cittadinanza organizzata, ideologie – esiste e cresce in funzione di una presenza forte dello Stato. La sua crisi oggi riflette la minore compattezza sociale, frutto anche di una rivoluzione tecnologica che crea reti senza socializzazione, e l’indebolirsi della sovranità statale, a partire dalle sfide, appena iniziate, all’integrità territoriale nazionale. Una sovranità messa in discussione dalla globale e incontrollata forza del capitalismo finanziario, che però, se talvolta riduce l’autonomia dei governi, non ne sta intaccando la dimensione e la volontà pedagogica.
Il XXI secolo continua per alcuni versi a rimanere fermo al suo esordio, vale a dire alla lotta, come ha rivendicato Donald Trump, per «demolire lo Stato amministrativo». Per altri versi però si presenta come un’inedita frammentazione del rapporto individuo-Stato-società, amplificata dal disorientamento causato dagli intensi fenomeni migratori in corso, che ha i suoi effetti più evidenti nella scomparsa della credibilità politica dei parlamenti e quindi nella crisi della rappresentanza. Con il declino dello Stato-regolatore, quello che si vede con chiarezza è lo squilibrio tra ricchezza e democrazia. Non sappiamo quanto durerà questo secolo dal punto di vista politico, né dove ci porterà, però sappiamo, come diceva il filosofo Adam Ferguson, che «la storia è il risultato dell’azione degli uomini, non del loro disegno».