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 2017  marzo 12 Domenica calendario

Sergio Romano ricorda quel marzo 1957: «Così divenni un patriota europeo»

Nel marzo del 1957 avevo quasi 28 anni, ero funzionario del ministero degli Esteri da tre anni e lavoravo al terzo piano di Palazzo Chigi in una stanzetta che, durante gli anni austriaci del palazzo (ambasciata d’Austria-Ungheria sino alla Grande guerra), era probabilmente usata dalla servitù. Non credo che potrei spiegare i miei sentimenti di quei giorni se non accennassi alla mia vita negli anni precedenti. Avevo passato il periodo della guerra nei regi licei di Genova, Milano e Prato, con l’abituale corredo di incursioni aeree, bombardamenti dal mare e dal cielo, fischi di sirene e coprifuoco, soprattutto nei mesi dell’occupazione tedesca e della Repubblica sociale italiana. Avevo anche visto Mussolini in una via di Milano mentre tornava su una vettura scoperta dal suo discorso al Teatro Lirico il 16 dicembre 1944; e avevo visto i tedeschi prigionieri dei partigiani nei camion che uscivano da Milano dopo il 25 aprile. Ma avevo rifiutato di andare a vedere la «macelleria messicana di piazzale Loreto», come fu chiamata da Ferruccio Parri.

Per molto tempo, quando cominciai a viaggiare in Europa, tutto ricordava la guerra. A Parigi, nel 1948, stavano tornando in circolazione gli intellettuali che si erano compromessi con il regime collaborazionista del maresciallo Pétain. Ma la città, salvata dal buon senso del generale Dietrich von Choltitz, era intatta. A Vienna, nel 1949, il Teatro dell’Opera, distrutto durante la conquista della città, era stato appena ricostruito. A Londra la stoffa dei cappotti era razionata e la carne di balena si comprava nei negozi di pesce con i tagliandi della carta annonaria. A Berlino nel 1951 i mattoni recuperati dalle macerie e diligentemente numerati costeggiavano i grandi viali e attendevano di essere usati per la ricostruzione. Nel 1952 a Salisburgo, dove l’Università di Harvard aveva aperto un seminario di studi americani, la sede (una villa barocca appartenuta all’attore e regista Max Reinhardt) sorgeva a breve distanza da un campo di displaced persons: persone senza fissa dimora che la guerra aveva gettato sulle strade d’Europa. A Monaco di Baviera, nello stesso anno, le case nel centro della città avevano soltanto il piano terreno. Il resto era andato in fumo. 
Durante i viaggi capii che in Europa non esistevano vinti e vincitori. Esistevano soltanto, anche se in misura diversa, Paesi sconfitti. Ne ebbi la conferma quando arrivai in America nel settembre del 1952 per un soggiorno alla Università di Chicago che sarebbe durato poco meno di un anno e mezzo. Gli Stati Uniti avevano vinto, i Paesi della vecchia Europa erano tutti perdenti. Scoprii allora che il mio vecchio patriottismo italiano si stava trasformando in patriottismo europeo. Non ero solo. Comincia allora a diffondersi la convinzione che gli Stati europei abbiano interesse ad affrontare uniti i problemi della loro ricostruzione politica e morale. L’iniziativa più interessante e promettente fu quella presa dal ministro degli Esteri francese Robert Schuman il 9 maggio 1950 per la riconciliazione franco-tedesca e, più tardi, per creare una Comunità europea del carbone e dell’acciaio.

Carbone e acciaio erano gli ingredienti necessari di qualsiasi operazione economica ed erano stati lungamente materia del contendere fra le due grandi potenze europee. L’idea che quei beni fossero europei e appartenessero a tutti i cittadini del continente era entusiasmante. Ancora più entusiasmante fu la creazione di una Comunità europea di difesa (Ced) e di un esercito europeo. Di lì a qualche mese, tuttavia, quando il trattato per la Ced fu respinto al Parlamento francese, capimmo che il nazionalismo era ancora tenacemente radicato nelle mentalità del continente e che i progressi sarebbe stati molto più lenti di quanto avessimo sperato. Ma i ministri degli Esteri europei, nel frattempo, si erano riuniti a Messina e avevano lavorato alla creazione di un mercato comune.
Non tutti erano altrettanto entusiasti. Negli ambienti della Confindustria vi erano preoccupazioni, dubbi e ripensamenti. Parecchi temevano che l’economia italiana sarebbe stata danneggiata dalla concorrenza di gruppi stranieri. Vi erano forti nostalgie protezioniste. Ma anche una classe politica coraggiosa pronta a correre rischi e a misurarsi con la concorrenza.
Non ho assistito alla cerimonia della firma nella grande sala del Campidoglio, ma ho partecipato al ricevimento di Palazzo Venezia. Erano passati quasi 15 anni da quando Mussolini aveva dovuto rinunciare al grande balcone che si affaccia sulla piazza e che era diventato il suo palcoscenico preferito. Qualche straniero mi chiese di essere accompagnato a visitare la sala del mappamondo. Un anno dopo ero a Londra, dove gli inglesi cercarono di raffreddare i miei entusiasmi. Nella capitale britannica molti erano convinti che il Mercato comune fosse soltanto un miraggio e che prima o dopo ci saremmo stancati di andare a caccia di farfalle. Quando correvo il rischio di precipitare nel pessimismo, mi consolavo ricordando Konrad Adenauer in piedi, insieme a tutti i firmatari dei Trattati, che stringeva cortesemente la mano di ogni ospite durante il ricevimento di Palazzo Venezia. Aveva superato da poco gli ottant’anni e il suo grinzoso sorriso, in quella giornata del marzo 1957, era particolarmente accattivante.