Avvenire, 12 marzo 2017
Spinazzola: «Noi, figli della Dea»
Nell’Atalanta delle meraviglie che l’Italia del pallone tremare fa, oltre ai suoi “frutti” a chilometro zero (quelli della premiata “cantera” orobica) c’è un ragazzo che a nostro modesto parere, che poi tanto modesto non è (citazione del compianto collega, l’esilarante Franco Rossi), per talento, tecnica e duttilità, è forse il più forte degli allievi di “Gasperson”, il Ferguson di Grugliasco, alias mister Gian Piero Gasperini. Per chi si fosse sintonizzato solo ora sul magnifico mondo della Dea (la mitologica Atalanta, figlia del re dell’Arcadia, Iaso, e di Climene), il suo nome è Leonardo Spinazzola. Prima di arrivare nel posto delle favole, il centro sportivo atalantino di Zingonia, si attraversa Capriate, e lì, il parco giochi di “Leolandia” sembra quasi un omaggio al sorridente e scanzonato “Leo”. Umbro, di Foligno, classe 1993 «“faccio” 24 anni il 25 marzo», esterno molto alto (186 centimetri) nello scacchiere nerazzurro bergamasco, pronto a sfidare quello più ricco e blasonato della Beneamata. Oggi per Spinazzola quella con l’Inter è una gara speciale: «Da bambino tifavo solo per lui, Ronaldo, il Fenomeno, nessuno più come Ronnie... Poi sono passato al Milan solo per Rui Costa: eleganza unica, testa alta e lancio millimetrico, un genio il portoghese, sempre al servizio degli altri. Anche per me fare un assist a un compagno e mandarlo in rete (ogni riferimento all’ultima inedita doppietta di Caldara al Napoli non è affatto casuale) conta quanto, se non di più, che realizzare un gol personale». Il talento, lo vedi dall’altruismo, dalla fantasia... Eh sì, ha ragione lei caro maestro De Gregori, che tiene casa a Spello, a un passo dall’allegra brigata degli Spinazzola che questa mattina guidati da papà Raffaele, per gli amici “Lello” («Era un attaccante velocissimo, la tecnica invece per dna me l’ha trasmessa mio zio Roberto», dice Leo) all’alba muoveranno da Foligno alla volta di San Siro. Una zingarata quella dei parenti e degli amici di sempre del giovane Spinazzola. Nel pulmino prenderà posto anche Federico Ranucci, il suo primo mister, alla Virtus Foligno, che con un pizzico di nostalgia ricorda: «Presi Leo che era un pulcino di cinque anni e mezzo e si capiva subito che aveva un passo e una testa diversa da tutti gli altri bambini».
Un predestinato che, a 14 anni, come tanti ragazzi di questa Repubblica fondata sul pallone, ha fatto la valigia, ha salutato il barbiere di Foligno («da bambino mi incantavo nel vederlo tagliare i capelli»), le due sorelle più grandi, Valentina e Elisabetta, ed è salito su un treno con un biglietto di solo andata per Siena. «Non è stato facile. I primi tempi, telefonavo a mia madre Simonetta anche tre volte al giorno. La notte prima di dormire mi prendeva un groppo in gola... Pensavo di scappare e di tornarmene a casa. Ma poi ho capito che quella del professionismo era la mia strada, ed è con quello spirito umile e tenace, che credo di aver preso da mamma, che ho proseguito ancora più su, fino a Torino». Il suo ex mister al Siena, Marco Baroni («il primo a dirmi che se volevo arrivare in alto dovevo imparare a difendere, giocando da terzino») lo chiama alla Juventus, club che è ancora proprietario del suo cartellino. E lì a Vinovo, Leo scopre la du- ra legge del gol e dei “condannati” a vincere, fin da piccoli.
«Il convitto di Moncalieri all’inizio mi sembrava una “galera”. Guardie e controlli continui, allenamenti, calcio e studio (ho strappato il diploma di Liceo Scientifico). Ma con il senno di poi penso che quella sia la giusta linea educativa da tenere con i ragazzi, specie se minorenni. Nelle altre società, rispetto alla Juve o all’Atalanta, si tende a lasciare i giovani un po’ troppo liberi e questo poi crescendo è un prezzo che inevitabilmente si paga». Spinazzola ripaga l’apprendistato juventino regalando ai bianconeri il Viareggio del 2012 in cui viene incoronato miglior giocatore del Torneo. Sembrava il fantastico preludio all’ingresso nella prima squadra degli invincibili di Antonio Conte, e invece era solo l’inizio della classica e sudata gavetta. Sette tappe in appena un lustro e tanti infortuni che hanno messo a dura prova il suo spirito
jovanottiano di pensatore positivo. «Sono passato per Empoli, Lanciano, Siena, Atalanta, Vicenza, Perugia e poi di nuovo qui a Bergamo... – sciorina Spinazzola –. Paura di aver perso il treno importante? Sì, a Vicenza, mi infortuno e mi dico: ma come, scendo in B e non gioco? Allora che futuro posso avere? La risposta a Perugia me l’ha data mister Bisoli che mi ha rimesso in carreggiata». Un percorso che ora si arricchisce di «emozioni incredibili», di turno in turno, in questa Atalanta dove è pregnante la mano dell’allenatore. «L’idea di calcio di Gasperini è una rarità per l’Italia. Il mister ha la capacità di tirare fuori il meglio da ognuno di noi. Eravamo partiti male ad inizio campionato, ma seguendo i suoi insegnamenti questo gruppo si è unito, è diventato una famiglia, e in campo non si è più fermato...». Un gruppo che continua a stupire anche dopo la cessione all’Inter di Roberto Gagliardini. «Roberto è un campione e all’Inter sta facendo e farà ancora grandi cose. Qui all’Atalanta comunque mai visti tanti giovani under 25 così forti e di prospettiva, tutti concentrati in una sola squadra...». È la boy band più ambita d’Europa, quella composta dagli italiani Caldara, Conti, Grassi, Petagna, Cristante, Spinazzola. E spazio pure ai 1999, Melegoni e Bastoni. «Poi ci sono gli stranieri: Pešic, Kessié, Freuler, Dramè. D’Alessandro ha “fatto” 26 anni da poco, e mio padre quando giocava somigliava a lui – dice divertito Spinazzola – Il “Papu” Gomez ne ha 28, e lui è sicuramente il più forte con cui ho giocato finora». Leo lo dice con orgoglio, lo stesso con cui mostra i tatuaggi sul braccio destro: «Ognuno ha un significato particolare, riguardano gli affetti più cari e la mia fidanza Myriam... L’unica in casa che non è “allergica” ai libri, gli mancano cinque esami per laurearsi in Economia all’Università di Perugia, poi magari penseremo a mettere su famiglia». Molti pensano che il futuro di Leo e Myriam potrebbe essere a Torino, per un altro ritorno, questa volta a Vinovo. Lui sorride e rilancia: «Nel mio ruolo alla Juve c’è Alex Sandro che, con Alaba e Marcelo, è il migliore in circolazione a livello mondiale. Almeno un mese all’anno quell’ambiente di Vinovo ho la fortuna di viverlo e posso solo dire che da quei campioni ho imparato che il valore più importante è l’umiltà e il rispetto per sé stessi e per gli altri».
L’umiltà di restare sempre con i piedi per terra, anche dopo uno stage (con Petagna, Caldara e Conti) con la Nazionale guidata da un altro Gian Piero, il ct azzurro Ventura. «Un’esperienza che, come i risultati positivi fin qui ottenuti, alimenta l’autostima. Il ct ci ha infarinato un po’ con il suo credo tattico e noi “quattro” ora sappiamo cosa fare se ci convocherà ancora». Una speranza niente affatto remota, come quella di tornare alla casa madre bianconera, e magari anche quella di riempire la casella ancora vuota delle marcature con la maglia dell’Atalanta.
«La mia prima rete contro l’Inter a San Siro? Un sogno... Anche se ripeto, per me il gol non è tutto, far segnare gli altri mi rende altrettanto felice». Il senso di Leo per questo sport è un dono per tutto il nostro calcio. E un sorriso, in un’altra futura giornata speciale, lo vorrebbe regalare a tutti quei bambini e le loro famiglie colpite dal terremoto. «So che Roberto Baggio ha festeggiato i suoi 50 anni con i terremotati di Norcia... Io non sono un grande come lui, ma appena potrò, magari con mio padre prenderemo quel pulmino e andremo a trovare la nostra gente che soffre, ma che con dignità saprà rialzarsi anche questa volta».