ItaliaOggi, 11 marzo 2017
Il Signore degli Anelli è il libro oggi più venduto dopo la Bibbia ma resta incompreso e tutti se lo stiracchiano dalla loro parte
Quindici anni fa, quando Il Signore degli Anelli, «il libro più venduto nel Ventesimo secolo dopo la Bibbia», trionfò anche al cinema, i suoi seguaci litigarono tra loro come orchetti. Ciascuno era convinto che il suo Tolkien (quello cattolico, quello neopagano e nazistoide, quello no global, quello ecologista) fosse il migliore di tutti e che anzi fosse l’unico e il solo. Tutti insieme si consolavano a vicenda pensando che Il Signore degli Anelli non meritava di finire così, nell’inferno dei consumi di massa, in compagnia delle action figure di Capitan America e delle Barbie da collezione.
Naturalmente, se Il Signore degli Anelli e di recente anche Lo Hobbit (che ne è il prequel) sono finalmente usciti dal ghetto critico delle interpretazioni a pera, è proprio perché sono stati trasformati in film di successo e in articoli di merchandise. Espressioni come «Anello del Potere» o «Mordor» sono entrati nel linguaggio quotidiano come «essere o non essere» e «la Forza sia con voi». Tolkien, che non è ancora un classico, ha nondimeno qualche chance di diventarlo, non fosse che per la sua scarsa attualità, cioè proprio perché rifiuta la croce che gli vorrebbero invece caricare sulle spalle i suoi tifosi evoliani, tardo-hippie, marxisti, ecologisti chic.
Un classico, per sua natura, non è legato al proprio tempo, anche se ne deriva e inevitabilmente lo rispecchia. Ogni epoca legge in un’opera classica qualcosa che le epoche precedenti non vi avevano mai neppure sospettato. Tolkien, rimasto a lungo ostaggio delle interpretazioni dei suoi seguaci più fegatosi, i destri, i sinistri, i verdi, i neri, sta ormai correndo da solo, come Frodo inseguito dall’Oscuro Signore. Mai come nel caso di un’opera letteraria che mira alla classicità sono banali e penose le interpretazioni attualizzanti o ideologiche. Anche le intenzioni esplicite dell’autore hanno sempre poco a che fare con la riuscita o il fallimento dell’opera.
Americani, cattolicissimi, autori dell’intrigante Hobbit Party. Tolkien e la visione della libertà che l’Occidente ha dimenticato, Jay W. Richards e Jonathan Witt leggono Tolkien in chiave cristiana stretta (ma anche in chiave libertaria, antisocialista e umanistica, con buona pace dei figli dei fiori, dei marxisti e dei fascistoni che hanno fatto di Tolkien il loro idolo). Tra tutte le letture di Tolkien quella cristiana è del resto la sola sensata: l’autore della saga dell’Anello era cattolico e si era certamente sforzato di scrivere un’opera cattolica.
Ma il fatto (prendendola da lontano) è che, centocinquant’anni dopo la pubblicazione dei Promessi sposi, non convince neanche più una lettura strettamente cattolica dell’opera di Alessandro Manzoni, il feuilleton cattolico per eccellenza.
Come nessuno legge Omero per il suo messaggio religioso, e ce n’era certamente uno, nessuno legge Manzoni come si leggono gli esercizi spirituali. Al pari di Via col vento e della Fiera delle vanità, agli occhi dei suoi lettori I promessi sposi è un romanzo d’amore e d’avventura. Dante Alighieri viene letto non in ragione della sua oscura filosofia ma nonostante le sue oscurità metafisiche. Sarà così, anzi è già così, anche per Tolkien.
Persino il discorso tolkieniano sulla natura satanica del potere, sempre che Il Signore degli Anelli sia ancora letto tra qualche secolo, probabilmente non sarà più al centro dell’esperienza culturale dei suoi lettori, che lo leggeranno (se lo leggeranno) per ragioni che noi non possiamo nemmeno immaginare, proprio come i contemporanei di Catullo o di Shakespeare (Shakespeare e Catullo compresi) non potevano immaginare le ragioni per cui noi leggiamo ancora le loro opere. Per Tolkien e per noi, che abbiamo vissuto il secolo degli Anelli del Potere, il secolo del dominio globale e delle ideologie totalitarie, quello del potere è invece il discorso dei discorsi.
Ma un’opera classica non è l’opera di Tizio o Caio né dei suoi contemporanei; è l’opera che parla anche alle generazioni future. Forse in futuro gli umani meriteranno di dover ricorrere alle note a piè di pagina per capire che cosa s’intendeva un tempo con la parola Potere.
Jonathan Witt e Jay W. Richards, Hobbit Party. Tolkien e la visione della libertà che l’Occidente ha dimenticato, D’Ettoris 2016, pp. 352, 23,00 euro, eBook 12,99.