La Gazzetta dello Sport, 11 marzo 2017
Sagan, il campione rockstar
Quasi un gioco da ragazzi, come tante altre volte. Con buona pace di Elia Viviani, il primo dei battuti, sorpassato in tromba dall’amico a 100 metri dal traguardo e costretto a ingoiare la quinta piazza d’onore nei primi due mesi di corse. L’amico è Peter Sagan – il bi-campione del mondo, l’uomo che non finisce di stupire, il fuoriclasse, il fenomeno, il mostro, il nuovo Cannibale, l’inimitabile showman del ciclismo – che a Montalto di Castro battezza la ruota dell’oro olimpico per andare a prendersi la prima volata della Corsa dei Due Mari e lanciare un segnale forte.
Rivali Ok, una caduta a 800 metri dall’arrivo gli toglie di mezzo il rivale più pericoloso, quel Fernando Gaviria che qui aveva vinto un anno fa e che stavolta paga un finale un po’ concitato: ai 2500 metri il colombiano perde il treno Quick-Step, poi fatica a tornare davanti, prima di finire a terra nel groviglio che taglia in due il gruppo dei velocisti. Ok, il giorno prima s’era ritirato Caleb Ewan, l’altro cliente più difficile per l’iridato, secondo nel 2016 proprio davanti a lui. Ma gli assenti, si sa, hanno sempre torto. E poi il Peter Pan delle due ruote sembra volare. E fa capire a tutti – tranquilli, il malessere dell’ultimo weekend è acqua passata – di essere sulla miglior rampa di lancio in vista delle classiche di primavera, già a cominciare dalla Sanremo fra sette giorni.
Il bello, peraltro, con Sagan non avviene solo sulla strada. Perché lui tramuta in spettacolo tutto ciò che fa, con le sue gag, le sue smorfie, le sue battute, le sue risposte mai scontate. E anche le conferenze stampa sono uno spasso. «Ma non è vero che non mi piacciono: per la gente sono importanti, anche per farci conoscere meglio», precisa subito lo slovacco della Bora-Hansgrohe, 91A vittoria, la sesta alla Tirreno-Adriatico, 201° podio in carriera. «Tutto dipende da come sono organizzate, dalle domande che mi vengono fatte. Per esempio: se mi chiedete chi vincerà sul Terminillo, che cosa volete che vi risponda? Che se non cancellano la salita vincerà di sicuro uno scalatore... Del resto, non sono un mago, non posso prevedere il futuro...».
Allora torniamo al presente: ci racconta la volata?
«Per me è stata perfetta. Nel finale c’era un po’ di nervosismo in gruppo, c’era bagarre per prendere le posizioni, ma i miei compagni sono stati molto bravi, hanno lavorato davvero bene e mi hanno messo nella posizione migliore. Devo ringraziarli».
Un grazie in un certo senso va anche a Viviani, che le ha lanciato lo sprint...
«Mi ricordavo bene come era andata questa volata lo scorso anno, quando arrivai terzo. Elia ha commesso il mio stesso errore. È rimasto davanti troppo presto, ai 250 metri, e ha dovuto impostare uno sprint troppo lungo. Io sapevo che era meglio aspettare. C’era vento a favore, di lato. Ho preso la sua ruota e sono uscito al momento giusto».
Nella tappa di Pomarance (giovedì, ndr), si era lasciato sfilare dal gruppo dei primi a 6 chilometri dall’arrivo. Poi però è arrivato terzo. Che cosa è successo di preciso?
«In quel momento non avevo le gambe. C’era uno strappo secco e davanti l’hanno preso troppo forte. Pensavo che, se avessi tenuto quel ritmo, avrei pagato. Poi ho recuperato nel tratto in falsopiano e sono rientrato. Ma non ho vinto... C’è stato qualcuno più bravo di me».
Alla Tirreno-Adriatico ormai vince quasi sempre, per lei è un bel trampolino di lancio.
«Ma lo scorso anno non mi è riuscito, poi ho trionfato nel Fiandre. A me piace sempre vincere, a volte mi riesce e a volte no. Punto alle classiche, mi interessa trovare il miglior feeling in vista delle gare importanti di inizio stagione».
La prima è la Sanremo. Lei, che è un ottimo discesista e sa guidare bene la bici, pensa che si possa ancora provare a vincere attaccando giù dal Poggio?
«Penso che sia un po’ troppo rischioso, anche perché ci sono altri discesisti molto bravi. Bisognerebbe fare la differenza sull’ultimo tratto del Poggio e avvantaggiarsi lì. Se poi mi portate un po’ più indietro il traguardo, meglio ancora».
Lei ormai è diventato un personaggio. La gente, soprattutto i giovani, la ammira e la ama non solo per come vince e perché vince tanto, ma per come si propone, per come affronta il ciclismo con leggerezza. Questo le fa piacere?
«Eh eh, vediamo quanto dura... Comunque se la gente mi vede così, se vengo preso come esempio per questo mio modo di essere, sono contento. Io credo che l’importante sia essere se stessi, sempre».
Dopo i suoi show nella parodia di Grease, in quella di Rocky e del Gladiatore, ha in mente a breve qualche altro sketch divertente?
«No, in questo momento sono concentrato sulla bici».