Libero, 10 marzo 2017
Il senatore che cambia partito ogni volta che si incazza
Da Forza Italia a Forza Italia. Passando, in diciotto anni, per il Popolo della libertà, Scelta civica e i Popolari per l’Italia. Mario Mauro, classe 1961, pugliese, ministro della Difesa con Enrico Letta al tempo delle larghe intese, torna alla casella di partenza. Con Silvio Berlusconi. Da ieri il senatore, eletto nel 2013 con il contenitore centrista di Mario Monti dopo essere stato per un decennio l’uomo forte del berlusconismo a Strasburgo, a Palazzo Madama siede di nuovo tra i banchi di Forza Italia. «È la mia casa naturale...», sospira al telefono con Libero mentre i vertici parlamentari azzurri i capigruppo di Senato e Camera, Renato Brunetta e Paolo Romani si prodigano in messaggi di bentornato.
Eppure nel 2013 Mauro è stato tra i principali animatori del progetto politico di Monti. Candidato ed eletto come capolista per il Senato in Lombardia. «Un progetto fallito. Alcune mie valutazioni si sono rivelate sbagliate», ammette adesso il senatore. Quel progetto, ricorda l’ex ministro, «si proponeva di recuperare e attrarre il consenso moderato, centrista, che Forza Italia prima e il Pdl poi avevano perso». Senonché, ricostruisce Mauro, «in Scelta civica al centrodestra guardavano in pochi...». Così, poco a poco, è maturato il rientro nel perimetro «moderato». Con Forza Italia, mette a verbale l’ex vicepresidente dell’Europarlamento, «c’è stato un percorso comune, durato tre anni, all’opposizione dell’attuale maggioranza di governo».
La scorsa primavera, addirittura, si è verificato il paradosso di un Mauro che, talmente smanioso di recuperare una visibilità nel fronte «duro e puro», ha scartato a destra i suoi nuovi-vecchi colleghi di partito sostenendo, come sindaco di Roma, la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, invece che il «moderato» Alfio Marchini, il prescelto dal Cav.
Insomma, ci tiene a sottolineare Mauro, il rientro alla base del centrodestra non è roba di ieri: «In Senato mi sono battuto contro la riforma costituzionale». Al punto da averci rimesso anche il posto in commissione Affari costituzionali del Senato: esautorato dopo aver votato un ordine del giorno del leghista Calderoli.
Se il 2013 è l’anno in cui sboccia l’amore per Monti, il 2014, con l’avvento di Matteo Renzi a Palazzo Chigi e il contestuale addio al ministero della Difesa a favore di Roberta Pinotti, segna il riavvicinamento agli ex colleghi di FI. Oggi Mauro nega di aver mai pensato di voler fare a meno del Cavaliere: «Non ho mai avuto il proposito di una costruzione alternativa a quella di Silvio Berlusconi». Piuttosto, ribadisce, c’era il «disagio per un partito che aveva smarrito la sua strada».
Oggi non è più così, giura Mauro osservando gli altri movimento verso il «centro» di FI: il ritorno di Renato Schifani dal Nuovo centrodestra, la spaccatura nell’Udc con Lorenzo Cesa che guida le truppe anti-Pd, le telefonate del Cav ad alcuni senatori eletti con il Pdl nel 2013 e poi transitati in altri gruppi. Musica per le orecchie di Mauro: «È necessario rimettere insieme un centrodestra sulla base dei valori comuni in cui ho sempre creduto». Ovvero una coalizione il cui «perno» è rappresentato da Forza Italia: «Mi sono mosso all’interno di una riunificazione fondata su un percorso federativo. Voglio dare un contributo».