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 2017  marzo 10 Venerdì calendario

Chi ha tirato la volata ai grillini

Lo scriviamo da una vita: l’informazione ha tirato la volata ai grillini e ha accondisceso a un’imbarazzante resa culturale (ditelo ad Angelo Panebianco, che l’ha riscoperto sul Corriere di mercoledì) e questa è la ragione per cui l’eroe della settimana ci pare il senatore piddino Stefano Esposito, che durante una trasmissione, “Tagadà” (La7), è sbottato con la conduttrice: «Lei, non per colpa sua, ha fatto un’intervista monologo a Di Maio, che ha fatto delle affermazioni incredibili e gravi oltreché menzognere: ha detto una grande quantità di sciocchezze e di bugie infamanti. Quindi me ne vado, la saluto... Io non ci sto più a trasmissioni nelle quali questi signori dei Cinque Stelle fanno il monologo senza mai accettare il confronto». Meglio tardissimo che mai, anche se la conduttrice Tiziana Panella ha risposto spocchiosamente che lei aveva intervistato anche Michele Emiliano, uno che però osserviamo non solo in genere accetta il confronto, ma lo fa persino troppo. 
GLI IGNORANTI ANTI-CASTA 
Detto questo, non pare il caso di scomodare l’espressione «egemonia culturale» per spiegare l’ascesa grillina come fa Panebianco, ma parleremmo semmai di egemonia inculturale: che non è una battuta sprezzante, ma va intesa come la disgregazione del concetto di «opinione pubblica» a vantaggio di un neoproletariato fiero della propria virginale ignoranza, un gentismo «anticasta» che i giornalisti, poveretti, inseguono prestando il megafono a chi spara la cazzata più grossa. Ora che il Cinque Stelle è il primo partito d’Italia (un partito che non ha neppure una sede fisica) c’è da sperare che la classe giornalistica la smetta di pubblicizzare il suo «segretario» come non è accaduto per nessuno in tutta la storia d’Italia: per anni lo «stratega di comunicazione» non sono mai stati Grillo o Casaleggio, ma i giornalisti, che ne mandavano in onda i comizi per ore: perché facevano ascolti. 
Trovatemi un conduttore che a suo tempo non abbia finto di improvvisare delle puntate sul «fenomeno Grillo» (anche quando era ormai datato) e che non abbia ritagliato dibattiti di un minuto attorno a lunghi show monologanti: ore intere delle sue peggiori cazzate sempre con la scusa di «capire», anche quando non c’era niente da capire, anche quando il qualunquismo più idiota veniva scambiato per afflato politico e generazionale. 
Ora siamo in un’altra fase, e si tollera la calata televisiva priva di confronto di queste macchinette sparaparole che vengono ascoltate come se ci fosse un link tra quello che dicono e i voti che prendono, tra quello che dicono e quello che faranno: e non c’è. Ormai impera la propaganda pura, l’asticella abbassata, la segreta ricerca dell’incidente televisivo (anche la rinuncia del senatore Esposito è stata rilanciata sul web) e i giornalisti continuano a dire «abbassiamo i toni» anche se intanto alzano l’amplificatore. 
Verrebbe da dire che spesso i giornalisti non hanno scelta, che sono costretti a fare domande sulla Brexit o sulla politica estera americana a tardoadolescenti che sono solo casuali emanazioni dell’oligarchia che li ha scelti, catapultati lì per caso quando in precedenza svernavano da bamboccioni dando la colpa al sistema: ma non è vero che non abbiano scelta, i giornalisti, una scelta c’è sempre. Un tempo invocavano mobilitazioni anche per un nonnulla e attribuivano per esempio a Berlusconi ciò che i grillini oggi declarano serenamente, e a cui loro porgono il microfono: la democrazia rappresentativa ha stufato, un’inchiesta significa presunzione di colpevolezza, servono giurie popolari per i giornalisti, tutto l’armamentario. E chi non l’ha inseguito, l’armamentario? Chi non l’insegue? 
APPLAUSI A COMANDO 
Gli applausi a comando di “Domenica Live” sono più dignitosi e meno ipocriti di quelli pure a comando di “Piazzapulita”, raccontati sull’Espresso da un ragazzo che ha spiegato che, per 15 euro all’ora, applaudono «come per riempire una scena vuota» e che «viene intimato di applaudire in momenti specifici». Almeno a “Domenica Live” non se la tirano. Ma in questi anni, a cercare di rimodularsi in chiave qualunquistico-grillina, c’è stata la fila anche dei politici, impegnati a inseguire l’egemonia inculturale anche nei vitalizi da abolire, rottamare questo e quello, mettere tetti agli stipendi, abolire auto blu, indossare il web come un cinquantenne cerca di indossare i jeans dei suoi vent’anni. I giornalisti sono gli stessi che sembravano tutti inquisitori durante Mani Pulite, i politici invece sono quelli che all’apparire della Lega si fecero tutti federalisti. Non sanno dove stia rotolando il Paese, ma fanno a gara nel farcelo rotolare.