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 2017  marzo 10 Venerdì calendario

Forte, amato, italiano ma nero. Il pugile cancellato dalla storia

Sul ring, il bianco e il nero, l’italiano e l’italiano (rin)negato. È il 24 giugno 1928, anno VI dell’era fascista, allo Stadio Nazionale di Roma sono radunati quarantamila spettatori, l’incontro viene filmato, e c’è pure l’inedita radiocronaca dell’Eiar: a incrociare i guantoni Mario Bosisio, campione nazionale ed europeo dei pesi medi, e lo sfidante Leone Jacovacci. È la prima volta che il titolo continentale si disputa tra due italiani, e per l’occasione tra i quarantamila trovano posto gerarchi quali Sirianni, Balbo, Bottai, e persino Gabriele d’Annunzio.
Da martedì 21 marzo (Giornata mondiale contro il razzismo) in sala, questo match dimenticato ritorna ne Il pugile del Duce, documentario di Tony Saccucci prodotto e distribuito da Istituto Luce-Cinecittà. Tratto da Nero di Roma di Mauro Valeri, riscopre una storia di ordinario razzismo e straordinaria resistenza, per offrire una rivincita postuma e attualissima: “La memoria cancellata del pugile – osserva Valeri – è un prodromo dei fischi a Mario Balotelli”.
Il milanese Bosisio è longilineo, flessuoso e biondo, il romano Jacovacci muscoloso, potente e crespo: si sono già incrociati al Teatro Carcano, Leone vinse a furor di popolo e fu preponderante anche per gli arbitri, ma il match venne incredibilmente dichiarato nullo. Per capire l’atmosfera e il mito che si respira quella sera di 90 anni fa sulla Flaminia conviene ripensare alla Rumble in the Jungle del 30 ottobre 1974 a Kinshasa, che vide contrapposti l’allora campione del mondo dei pesi massimi George Foreman e il predecessore Muhammad Ali. Già, ma che c’azzeccano due pugili neri e l’ex Congo Belga? C’entrano: anche Leone è nero, anzi mulatto, ed è nato a Pombo, Congo, da Umberto Jacovacci e la principessa babuendi Zibu Mabeta.
Il padre lo porterà piccolissimo in Italia, dove cresce tra Viterbo, collegio, e Trastevere. Leone tenta plurime fughe, prova costante insofferenza, a 16 anni la svolta: raggiunge Taranto, si imbarca da mozzo per Sua Maestà britannica. A Londra l’apprendistato sul ring, il nome d’arte, Jack Walker, è un omaggio al suo idolo, l’americano re dei massimi Jack Dempsey. A Parigi si segnala prepotentemente con un tabellino di venticinque vittorie su altrettanti incontri, batte anche il campione europeo, il belga Davos, ma è l’Italia che chiama casa, è l’Italia che vuole, e la vuole da quel che è: italiano. “Nella storiografia, i neri in Italia praticamente non esistono, e questo – rileva Valeri – ha favorito una certa mancanza di anticorpi antirazzisti nel presente. Ugualmente, oggi i neri e meticci italiani non trovano rappresentazione nei media: non esiste una serie tv, una trasmissione che rappresenti una popolazione di otto milioni di persone”.
Seguito, amato e celebrato da Trieste in giù, Leone deve però combattere per ottenere la cittadinanza: lo fa per quattro anni, sballottato tra giornali e uffici, politica e burocrazia. Lotta per qualcosa che gli è dovuto, ma che la temperie fascista gli nega: se la vulgata voleva “i pugili neri vincenti perché forti, i bianchi perché intelligenti”, e gli apprezzamenti andavano da “magnifico mulatto” a “caffè e latte Jacovacci”, gli insulti si possono facilmente immaginare.
Era forte, Leone, forse il più forte del continente, e a fargli abbassare i guantoni non fu un avversario, ma un nemico: il razzismo, che non tollerava un campione meticcio, mulatto, negro. La vittoria su Bosisio fu la sua sconfitta: nel librone dove teneva il ruolino di marcia e incollava gli articoli che lo riguardavano, l’epilogo trionfale al Flaminio Leone lo annota solo in un secondo momento, risposta timida e tardiva alla damnatio memoriae decretata da Mussolini. Sì, il Duce lo fece cancellare dalla storia d’Italia, espungendolo dal filmato: “Jacovacci cessa di esistere, grazie a forbici, silenzio e zoom su Bosisio il bianco. La storia – sottolinea Saccucci – si costruisce in sala montaggio, diventa scienza politica: post-verità a tutti gli effetti”. Ecco allora che Il pugile del Duce “prova a creare una contro-storia, manipolata anch’essa, per dare un’interpretazione più vera a un falso storico”.