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 2017  marzo 10 Venerdì calendario

Sorpresa Iran, Iraq, Libia e Nigeria: produzione boom

Iran, Iraq, Libia, Nigeria. Per una ragione o per l’altra si pensava che questi Paesi travolti da guerre, o appena usciti da sanzioni internazionali che hanno affondato la loro industria energetica, avessero bisogno di parecchio tempo per tornare ai livelli produttivo di un tempo.
Ecco perché, al di là dell’Iraq, all’ultimo vertice di Vienna l’Opec aveva deciso di non applicare dei tetti produttivi a questi Paesi in difficoltà sul fronte produttivo.
Le cose, tuttavia, non stanno andando così. E se le loro estrazioni dovessero continuare di questo passo, in pochi mesi si rischierebbe di aggravare il problema strutturale che da oltre due anni affligge l’Opec: il surplus dell’offerta.
A cominciare dall’Iran. In questo mese le esportazioni iraniane hanno toccato quota tre milioni di barili al giorno (mbg), un livello che non si vedeva dall’anno precedente la rivoluzione islamica del 1979. Si è trattato di un picco durato un solo giorno, ma è comunque significativo, anche perchè in febbraio la media è stata di 2,45 mbg.
Stritolate dalle sanzioni americane, e dall’embargo energetico europeo (entrato in vigore dal 1° di luglio del 2012), le esportazioni iraniane di petrolio erano crollate a un milione di barili al giorno. Nei mesi più difficili erano cadute a 700mila barili/giorno, meno di un terzo rispetto ai volumi del 2010.
Lo storico accordo con gli Stati Uniti sul controverso dossier nucleare, tanto criticato dal neo presidente americano Donald Trump, ha portato, nel gennaio del 2016, alla fine delle sanzioni energetiche. Al di là delle ottimistiche ambizioni espresse da Teheran, gli operatori internazionali erano convinti che la fatiscente industria petrolifera iraniana avrebbe impiegato parecchio tempo per tornare ai livelli produttivi del periodo precedente le sanzioni, circa 4 mbg. Invece hanno avuto ragione gli iraniani, che ora puntano a produrre 5 mbg entro il 2021. Per centrare l’obiettivo è indispensabile l’intervento degli investitori stranieri. E, al di là degli impegni, finora nessuno ha finalizzato un contratto. Ma non è escluso che l’Iran centri anche questo obiettivo. E se ci riuscisse non farà certo piacere all’Iraq.
L’ex regno di Saddam Hussein ha sorpreso per la rapidità con cui ha aumentato la produzione, superando in novembre i 4 mbg di export. Dopo uno sfibrante braccio di ferro, Baghdad ha accettato un tetto produttivo. E finora ha mantenuto gli impegni, cosa piuttosto insolita per i Paesi dell’Opec la cui mancanza di disciplina è un vizio duro da estirpare. L’Iraq, divenuto secondo produttore dell’Opec ai danni dell’Iran, ha così ridotto l’export in febbraio a 3,27 mbg. Ma il Governo di Baghdad ha un disperato bisogno di fondi per portare avanti la guerra contro l’Isis. E non è escluso che prima o poi reagirà aumentando l’export se Teheran non dovesse fermarsi. Ne ha i mezzi e le capacità.
Anche la produzione dell’instabile Libia sta comunque andando meglio del previsto. Certo, con una certa frequenza si ripetono le chiusure dei porti o gli scontri tra le milizie rivali. Come l’offensiva delle Petroleum facility guards, che hanno ripreso il controllo dei due importanti terminal di Ras Lanuf e el-Sider, facendo crollare la produzione dell’importante giacimento di Waha. Ma se consideriamo che il Paese in febbraio ha prodotto quasi 700mila barili/giorno, si tratta di un deciso balzo in avanti rispetto ai 260mila bg estratti in agosto e a una media che nel 2015 non superava i 300mila bg.
Non sono volumi sufficienti a riequilibrare il dissesto finanziario del Governo di accordo nazionale di Tripoli. Ma se il giacimento di Waha dovesse riprendere in breve tempo, la produzione potrebbe ulteriormente beneficiarne. Certo, i livelli dei tempi precedenti la rivolta contro Muammar Gheddafi – 1,6 mbg – sono ancora lontani, ma le cose stanno andando meglio rispetto agli ultimi anni.
Infine la turbolenta Nigeria, potenza petrolifera dell’Africa sub-sahariana piagata dalla corruzione, dai furti di petrolio e dagli attacchi dei ribelli. Problemi che hanno fatto crollare la produzione, in agosto, a 1,1 mbg. Ma in febbraio l’output è risalito a 1,7 mbg, 230mila bg più di dicembre.
Guerre permettendo, si tratta di incrementi produttivi più rapidi del previsto, che si aggiungono all’eccesso produttivo che l’Opec sta cercando di ridurre per riportare i prezzi a livelli più accettabili.