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 2017  marzo 10 Venerdì calendario

Bill Viola. Il Rinascimento in alta definizione del signore del tempo

Bill Viola è un uomo gracile, assorto, silenzioso, che emana gentilezza e timidezza solo a guardarlo. Ma si accende di entusiasmo quando gli fai la più banale delle domande: «Allora, che effetto le fa ritornare a Firenze?». «È magnifico – risponde – è come scendere in profondità, molto in profondità, tornare alle radici, per poi riemergere alla luce». E accompagna le sue parole con un movimento della mano che scivola in basso e poi si rialza, come una tavola da surf sul mare agitato. È un gesto che ripeterà più volte per spiegare la sua arte: «È come un’onda, ti inabissi per poi tornare alla superficie». L’onda ha compiuto il suo lavoro a Firenze: perché per la prima volta sono mostrate insieme, nelle stesse stanze, i video del maestro americano e i capolavori rinascimentali che li hanno ispirati. Visitiamo la mostra “Rinascimento elettronico” che si apre oggi con l’artista, la moglie Kira, (un angelo custode che assiste Bill in ogni creazione) e con il direttore di Palazzo Strozzi Arturo Galansino, che ha curato l’esposizione insieme a Kira, con la sensazione di viaggiare nel tempo: questa mostra è quasi un cerchio che si chiude, un sigillo magnifico posto a quarant’anni di lavoro. Perché è proprio a Firenze che Viola mosse i primi passi nel campo della videoarte, lavorando nella galleria all’avanguardia art/ tapes/ 22. Era il 1974 e lo chiamavano il “tecnico americano” perché sapeva tutto di videocamere e videotape, la tecnologia più avanzata dell’epoca. Per un americano sensibile doveva essere un’esperienza sconvolgente vedere tutta la bellezza dell’arte rinascimentale diffusa nelle chiese, nelle strade e non solo nei musei ai quali era abituato: «Avevo capito presto che qui la storia era veramente parte del presente».
La vita portò poi Viola in altri lidi molto lontani, in Giappone soprattutto, dove praticò lo zen e studiò con la Sony l’alta definizione. Ma la memoria di ciò che aveva tanto visto e tanto amato ha continuato a crescere dentro di lui come una pianta. O come un’onda, appunto. Fino a quando s’imbatté per caso nella riproduzione de La Visitazione di Pontormo. Ed ebbe la folgorazione: l’idea di fare un video ispirato a quel quadro. Così fu girato The Greeting. «Quando nasce un’opera –racconta – quando arrivi a vederla prima di farla è come avere una visione. Anzi è come risvegliarsi. Prima dormivi, dopo sei sveglio e finalmente vedi. Qualche volta avviene all’improvviso, qualche altra volta serve tempo. Qualche volta l’idea può nascere da una possibilità tecnica. Ti chiedi: cosa posso farci?». La giudice finale, comunque, è Kira: «Sono io che dico di no o di sì». La sentenza è inappellabile. La Visitazione fu un titolo profetico. Da allora Viola è stato visitato molte altre volte, e sono nati una serie di video che contengono la memoria dei capolavori del passato.
Catherine’s Room, una teoria di cinque schermi che ripetono lo schema delle predelle della Caterina di Siena di Andrea di Bartolo, qui esposta nella stessa stanza. O Emergence, dal Cristo in Pietà di Masolino da Panicale, o infine l’impressionante The Deluge, dove da una casa borghese, apparentemente solida e tranquilla, emerge una potente cascata d’acqua che travolge tutto e tutti. E l’opera viene affiancata al Diluvio di Paolo Uccello. Questa – la presenza dei capolavori antichi – è la meraviglia che rende la mo- stra speciale e necessaria. Non deve essere stato facile ottenere tutti questi prestiti. Ma ne valeva la pena. L’accostamento crea un’emozione intensa e paradossale: perché è una macchina visionaria che contemporaneamente esalta e cancella i secoli che ci separano dai maestri del passato. Ci restituisce così alle nostre radici, alla nostra memoria. Ci fa sentire il filo unico che ci lega alla nostra storia mentre continua a tessere il futuro.
D’altronde è il tempo il grande protagonista di tutta l’opera di Viola, dagli esordi sperimentali con la tv (che qui sono visibili alla Strozzina) fino ad oggi: con la tecnica della slow motion, come un sacerdote orientale, ci invita a percepire ogni momento della nostra esistenza, secondo dopo secondo. Fuoco, acqua, morte e rinascita, Oriente e Occidente: simboli e temi antichissimi si affacciano da schermi ipertecnologici, mettendoci di fronte al mistero dell’esistere. Viola non ha paura che la sua arte possa essere definita religiosa. «Ma è meglio dire spirituale – precisano insieme Bill e Kira – Nella parola religione c’è l’idea di un dogma. Ma sì, crediamo che questa sia la funzione dell’arte: aiutare gli altri a conoscersi, a riflettere su se stessi e sull’esistenza». Come accade nell’ultima stanza della mostra, dove due anziani nudi indagano sul proprio corpo in disfacimento. Le immagini sono proiettate su grandi lastre di granito nero. Lapidi. «Sì – dice Viola – sono pietre tombali. Quei due cercano l’eternità, ma stanno morendo e ancora non lo sanno».