Il Sole 24 Ore, 10 marzo 2017
Il Toro di Wall Street compie otto anni
Il mercato del Toro a Wall Street ha compiuto ieri otto anni. E gli auguri sono dovuti. Perché se la corsa appariva improbabile allora, se sembrava impensabile che gli “spiriti animali” rialzisti del mercato americano si risollevassero tanto dalle ceneri della peggior crisi economica e finanziaria dalla Grande Depressione, sbuffando a scartando quel Toro ha ripetutamente dimostrato di saper sfidare la forza di gravità di scosse globali, crescite anemiche, incognite politiche. Un altro anno e mezzo e scalzerà anche la marcia più lunga della storia, che durò
per quasi tutto il decennio
dei Novanta.
Ma le celebrazioni del passato non possono cancellare la trepidazione per il futuro. Le intenzioni di battere quel record di longevità Wall Street le ha di sicuro: l’entusiasmo degli investitori è ai massimi dal 1987 e il Toro è reduce da una seconda giovinezza, con il cosiddetto «Trump rally» che l’ha visto scalare record spingendo l’indice Dow Jones oltre i 21.000 punti. Chi avesse investito ai minimi sul Dow avrebbe più che triplicato la sua fortuna. Poco meno avrebbe fatto con l’S&P 500: dagli albori della carica si è impennato del 250 per cento. E molti titoli hanno lasciato nella polvere simili sprint, anche se i vincitori non sono sempre prevedibili: dimenticate l’hi-tech, l’Oscar per la miglior performance da titolo protagonista va a… Home Depot, colosso del bricolage domestico, con più del 600 per cento.
E adesso, però, Toro? Adesso le intenzioni non bastano. Il pesante interrogativo riguarda se ha ancora gambe per saltare gli ostacoli della politica, soprattutto qualora al bagno caldo di sgravi fiscali e stimoli promessi da Trump seguisse la temuta doccia fredda di delusioni. Se i generosi multipli di profitti futuri (oltre 18) ai quali viaggiano le azioni siano frutto di esuberanza irrazionale piuttosto che di fondata fiducia nell’espansione. Se la calma che spesso pervade gli scambi – nonostante una sbornia post-elettorale da tremila miliardi in nuova market cap sia quella proverbiale prima della tempesta. Il finanziere-consigliere di Trump, Carl Icahn potrebbe aver respirato qualcosa nell’aria visto che il suo fondo ha preso posizioni short nette pari al 128%, scommette cioè contro 1,3 azioni per ciascuna a favore. E sarà bene ricordare che la stessa statua-simbolo del Toro che giganteggia nei pressi del Nyse ha una storia che allude anche ai momenti meno facili. Fu installata quale atto di “guerrilla art” nel 1989, omaggio a una riscossa all’indomani di paurosi crash. Il suo aspetto, a ben guardare, è minaccioso e imprevedibile. Dopo otto anni di rally oggi forse gli auguri, più che al vecchio Toro, vanno fatti agli investitori. Di non sottovalutare i rischi.