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 2017  marzo 10 Venerdì calendario

I compagni di Leandro travolto sui binari. «Amava il rischio e noi lo sfidavamo»

REGGIO CALABRIA Un selfie spericolato. O una prova di coraggio. O, ancora, un incidente. Sulla morte di Leandro Celia, tredicenne travolto e ucciso da un treno in corsa mercoledì pomeriggio a Soverato, non c’è ancora alcuna certezza. «Al momento non escludiamo alcuna ipotesi – dice il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri – l’indagine è in corso». Sotto sequestro ci sono la motrice che ha investito il ragazzino e il suo smartphone, trovato miracolosamente intatto. Ed è proprio in quel telefono che gli esperti della scientifica stanno cercando elementi a conferma della versione dei due amici, con Leandro al momento dell’impatto ma dileguatisi subito dopo.
Agli investigatori della Polfer, i due hanno raccontato di aver visto l’amico sbalzato via per metri e metri e di essersi avvicinati quando il treno è passato oltre. Ma subito hanno capito che in quel corpo mutilato il cuore non batteva più. Allora sono scappati via, hanno attraversato la larga radura coperta di canne e fichi d’India che separa i binari dal mare e si sono diretti verso la spiaggia. Sulle mani e sui vestiti il sangue di Leandro, nelle orecchie forse il suo ultimo urlo. Lavate via le tracce dell’incidente, sono tornati verso il paese. Uno è andato a casa, l’altro si è diretto verso la piazzetta che generalmente frequenta. Gli investigatori li hanno rintracciati solo dopo molte ore. «Hanno avuto paura» dice l’avvocato Eliana Corapi, che assiste uno dei due, «erano sotto shock» confermano gli amici della comitiva.
Tutti adolescenti, molti compagni di classe o di scuola. E come ogni giorno ieri riuniti in un noto caffè di Soverato, con wi-fi gratuito e proprietari tolleranti. «Però è tutto diverso» dicono. Tristi e arrabbiati, piangono l’amico e fanno quadrato attorno agli altri due. «Non si è trattato di un selfie estremo – affermano – non sarebbero stati così stupidi». A loro, forse ancor prima che agli investigatori, i due superstiti hanno raccontato quell’ultimo pomeriggio trascorso insieme a Leandro, iniziato come tanti altri e finito in tragedia. Appuntamento alle tre, un’oretta a perder tempo in paese, poi la decisione di fare una gita al centro commerciale poco lontano, per mangiare al McDonald’s. Attorno alle 17 erano già di ritorno, a piedi. Da lì al paese ci sono un paio di chilometri di statale che corre lungo uno stretto marciapiede, separato da campi incolti e un’impervia massicciata dalla ferrovia. Ancora più giù, c’è il mare. «A un certo punto, hanno pensato che dalla spiaggia avrebbero accorciato il tragitto, per questo hanno attraversato i binari» sostiene l’avvocato Corapi. Sarebbe successo nei pressi del torrente Bramante, dove un vecchio ponte ferroviario corre accanto a quello pedonale. Inspiegabilmente scartato dai ragazzi. «Avevano visto passare un treno – aggiunge il legale – quindi non pensavano che ne sarebbe arrivato un altro». Ma il convoglio, rapido, è apparso alle loro spalle. Per cercare riparo – hanno raccontato i due superstiti – si sarebbero addossati su un lato del ponte, «mentre Leandro – sottolinea il legale – sarebbe rimasto dal lato più stretto». Altri amici invece raccontano di aver saputo che erano tutti in fila indiana. «È vero – ammettono i ragazzi della comitiva – prima avevano scattato qualche foto, ma di certo non sui binari e non certo selfie estremi». E fra le lacrime raccontano di quel ragazzino «sempre allegro, sempre sorridente» che adesso non c’è più. Leandro non era del paese, abitava poco lontano, in una delle frazioni arrampicate sulle colline. Per questo, pur di rimanere insieme agli amici, dormiva spesso a casa dell’uno o dell’altro, anche per diversi giorni di seguito. Ma nessuno si infastidiva. «Era un ragazzo semplice, solare, faceva piacere saperlo vicino» raccontano. «Amava il rischio» ammette più di uno, «spesso capitava che lo sfidassero a fare questa o quella cosa» confessa a mezza bocca un altro. Ma lui ci stava, raccontano tutti, era contento di avere finalmente una vera e propria comitiva. Timido, solo qualche giorno fa su Facebook aveva raccontato come fosse felice di essere riuscito ad integrarsi. E del “miracolo” ringraziava proprio uno degli amici che era con lui mercoledì pomeriggio. E che lo ha visto morire. Una tragedia che i genitori, per ore rimasti di fronte all’obitorio di Catanzaro in attesa dei risultati dell’autopsia, stentano a realizzare. «Io vorrei solo svegliarmi – dice la madre – e pensare che tutto questo sia un incubo».