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 2017  marzo 10 Venerdì calendario

Corea la guerra infinita

PAJU (38° PARALLELO) Le truppe di Seul incolonnate sulla via per Paju non promettono niente di buono: come gli elicotteri che adesso aleggiano sulla DMZ, la zona demilitarizzata qui sul 38esimo parallelo. Il regno del terrore è qualche centinaio di metri più in là.
La statua di Kim Jong-il si vede a occhio nudo, e la canzoncina che sale dal confine non la smette di entrarti nella testa. «È tutto il giorno così» dice Jenny Ji, che di mestiere fa la guida ma ogni volta che sale fin qui ripensa a nonna Byeng Hee, 92 anni, che un giorno laggiù lasciò tutto. Gli altoparlanti continuano a gracchiare l’insostenibile zum zum zum. «Tutti inni al leader, alla grandezza della nazione» sbuffa Jenny: «Ventiquattr’ore su 24». Non che i fratelli del Sud tacciano. «Ma almeno gli diamo un po’ di pace: quattro ore al mattino, quattro al pomeriggio, quattro alla sera». E soprattutto è tutta un’altra musica. «K-Pop, Gangnam Style, le canzoni delle SHINee. E poi, a Natale, All I Want For Christmas is you: lì vanno matti per Mariah Carey».
Lì vanno matti, punto. Hanawon, che in coreano sta per “casa dell’unità”, è uno dei due blindatissimi “centri di riadattamento” dei profughi che arrivano dal Nord. Moon, 40 anni, il nome è di fantasia per proteggerla, ha attraversato tre volte lo Yalu River che divide la Corea del Nord dalla Cina e per tre volte è stata rimandata indietro. Adesso, però, non la smette di benedire quel fiume che d’inverno si ghiaccia: non è sempre meglio che saltare in aria sui quattro chilometri minati della Zona demilitarizzata? Soltanto due all’anno, dicono, ce la fanno da confine a confine. «Mi piacerebbe diventare scrittrice» abbozza ora Moon davanti alla platea rigorosamente riservata agli operatori no profit in uno dei selezionatissimi meeting del ministero della Riunificazione di Seul. Anche questa è guerra: reinventare una vita ai 30mila defectors che vivono oggi al Sud. E anche questa è un’impresa. Hanawon è una specie di Ellis Island sulla terraferma, una decina di edifici per un villaggio difeso da sbarre e filo spinato. L’ambulatorio, la clinica, le due salette per pregare Gesù Cristo e Budda, il dormitorio naturalmente, e poi le aule dove a questa gente devi insegnare di tutto: non solo cos’è internet, non solo come si usa un computer, non solo cosa vuol dire e come si compila un curriculum, ma perfino le lezioni di coreano, visto che la lingua di lassù è rimasta ferma al 1953 della fine della guerra.
E del resto hai voglia gli slogan sulla riunificazione. La Corea del Sud ha 50 milioni di abitanti, è l’11esima potenza del mondo, una crescita non più brillantissima ma comunque intorno al 3%, il reddito medio è sui 15mila dollari: come riuscirebbe mai a convivere con quei 25 milioni rimasti prigionieri, oltre mezzo secolo indietro e un 30esimo del reddito? Pensate a un poveraccio del Nord, isolato dal mondo, che piomba a Seul, che ieri in stato di allerta per l’attesissimo annuncio della Corte Costituzionale sull’impeachment di Park Geun-hye, la figlia del dittatore diventata presidente e poi travolta dallo scandalo dell’amica sciamana che ha fatto tremare l’intero sistema coreano: compreso l’erede di Samsung, Jay Y. Lee, rappresentazione vivente di quel potere dei chaebol, i conglomerati che producono dallo spillo all’elefante, che hanno arricchito il Paese creando però un pugno di potentissimi monopoli, e ieri apparso alla sbarra in mondovisione. Per il modello coreano è la tempesta perfetta: il popolo in piazza per l’impeachment del presidente, il capo della più grande azienda del Paese in galera e Kim Jong-un libero di minacciare la bomba atomica fin che vuole, soprattutto adesso che l’ambasciatore degli Usa all’Onu, Nikki Haley, ha pubblicamente detto che non è «una persona dal comportamento razionale». E com’è, allora, che i coreani del Sud non hanno paura?
«Gli unici a preoccuparsi davvero della bomba siete sempre stati voi stranieri» ti dice Donald Yin, 47 anni, sposato, un bimbo e una bimba, una piccola impresa di import export con la Cina. «Quando mai potrebbe attaccare, Kim, se poi arrivano gli Usa e lo spianano?». No che non ha paura la Corea del Sud. Sui grattacieli si rincorrono i cartelloni di “Mata Hari”, il musical che oggi suona come un involontario riferimento alle due signorine spie che a Kuala Lumpur hanno avvelenato Kim Jong-nam, il fratellastro del dittatore del Nord: al forum di LG l’altra sera c’era Chick Corea, il mese prossimo arriva Riccardo Muti. No, settant’anni dopo la paura non abita più qua. Sarà anche per questo che ti continuano a dire che il famoso Thaad, lo scudo ipertecnologico che dopo l’ultima pioggia di missili di Kim il governo a interim di Seul ha chiesto agli Usa di costruire, farà più male che bene. «Non penso proprio che sia necessario», ti dice Donald Lee, 46 anni, due figli, consulente informatico «ma lo chiede l’alleato America: ed è un’offerta che non si può rifiutare». Sì, le proteste che vanno in scena a Gimcheon, dove la multinazionale Lotte ha venduto il suo campo da golf allo Stato per ospitare lo scudo, sembrano organizzate per la gioia delle tv cinesi, visto che il Dragone sostiene – confortato per la verità da tanti esperti – che i radar americani finiranno per spiargli in casa. Ma che il progetto abbia davvero spaccato, e ancora una volta, il Paese in due, lo capisci prendendo un caffè al 14esimo piano della Wise Tower, dietro City Hall, dove si snodano gli uffici del Korean Times, anche se nessuno te lo dirà mai on the record. Provi a chiedere: ma allora come lo fermiamo Kim Jong-un? E solo allora ti accorgi che è una domanda che non interessa più a nessuno. «Adesso il mondo si domanda se l’assassinio del fratellastro dimostra che Kim Jong-un è più forte, perché senza rivali, o più debole, perché si sentiva minacciato» dice a Repubblica Brian Myers, il prof della Dongseo University. «Io credo che dimostri una cosa sola: che qualsiasi tipo di accordo con la Corea del Nord non durerà. Come fai a fidarti di un uomo capace di uccidere il proprio fratellastro?».
Le truppe incolonnate sulla via di Paju non promettono niente di buono: la guerra non è mai finita sul 38esimo parallelo.