la Repubblica, 10 marzo 2017
Sette cedimenti in tre anni, l’Italia dei viadotti fragili
ROMA Negli ultimi undici anni si sono spesi dieci miliardi in meno del dovuto per asfaltare, rattoppare e mantenere sicure le strade italiane. Poiché, però, nel frattempo le strade non protette, né messe in sicurezza, si sono degradate, oggi servirebbero 40 miliardi – lo hanno scritto gli asfaltatori della Siteb nell’ultimo rapporto annuale – per rimetterle nello stato del 2006, prima della grande crisi e dei profondi tagli pubblici. Quaranta miliardi di “materiale stradale”, servirebbe: non solo bitume, ma anche jersey, segnaletica e, soprattutto, controlli e sostituzioni di pezzi portanti.
Lo stato di gravità di strade e cavalcavia, viadotti, bretelle, raccordi e tangenziali è un fatto denunciato. E i sette ponti crollati negli ultimi tre anni e quattro mesi sono un rosario che mette ansia, subito dopo l’indignazione. Due sono venuti giù per le alluvioni del 2013: a Carasco, provincia di Genova, e sulla provinciale Oliena-Dorgali, campagna di Nuoro. Ancora, in dieci mesi a cavallo tra 2014 e 2015 si è registrato il crollo di un tratto del Viadotto Lauricella in provincia di Agrigento, poi ha ceduto il famoso Viadotto Scorciavacche sulla Palermo-Agrigento, aperto con tre mesi di anticipo, e si è piegato un pilone del Viadotto Himera sull’autostrada Palermo-Catania. Quindi, 28 ottobre scorso, un cavalcavia sulla provinciale Molteno- Oggiono ha ceduto al passaggio di un Tir all’altezza del chilometro 41,9 della Milano-Lecco. Sette crolli in tutto, compreso quello di ieri: sei morti e 14 feriti.
La questione probabilmente ha un link con il fatto che nel 2016 il consumo di asfalto in Italia è sceso nuovamente al minimo storico: sono stati impiegati 22 milioni di tonnellate per costruire e tenere in salute le nostre strade contro i 23 del 2015, i 29 del 2010, i 44 milioni del 2006. Le ultime cinque stagioni, eccetto il 2013 sostenuto da un paio di maxi-appalti, sono state una sofferenza per aziende e automobilisti. Stefano Ravaioli, ingegnere civile edile, è il direttore della Siteb, l’Associazione italiana bitume asfalto strade. Dice: «Metà delle attività di manutenzione non vengono fatte, anche se per le pubbliche amministrazioni c’è stato un allentamento del patto di stabilità». Sul forte rallentamento ha pesato il nuovo codice degli appalti, in vigore dall’anno scorso: «Molte amministrazioni ancora non lo conoscono». C’è un problema parallelo, poi, responsabilità sia del pubblico che dei privati: le poche manutenzioni realizzate spesso sono di scarsa qualità e le strade, rapidamente, tornano al precedente stato. «Le imprese fanno lavori conformi ai capitolati, che gli enti locali, però, hanno costruito male. In alcuni casi, sì, le aziende fanno le furbe e utilizzano meno bitume di quanto richiesto».
Il Paese è attraversato da mezzo milione di chilometri di arterie, settemila sono autostrade: la viabilità italiana vale cinquemila miliardi di euro. In manutenzione si spende quanto trent’anni fa, ma su una rete più estesa e trafficata. In alcune province tratti importanti sono vietati: nessuno è in grado di garantire la sicurezza su manti stradali con deformazioni profonde.
La burocrazia italiana, infine, sta fermando cinque grandi manutenzioni: riguardano anche ponti, viadotti, cavalcavia. Nelle disponibilità dell’Anas ci sono 6,6 miliardi per il quinquennio 2016-2020, ma non arrivano le firme amministrative per farglieli spendere. Due miliardi e mezzo servono per il controllo ordinario e straordinario di Orte-Mestre, Palermo-Catania, Statale 36 del Lago di Como, Aurelia e statale Carlo Felice in Sardegna.
Il 40 per cento delle infrastrutture gestite dall’Anas hanno più di 35 anni. L’Ispra ha calcolato che sulle principali vie di comunicazione ci sono 6.180 «punti di criticità» e poi ha censito, su queste arterie, mezzo milione di frane.