Corriere della Sera, 10 marzo 2017
Il conte Camillo, il barista Fosco e il Negroni indimenticabile
Chiaro: bercene uno con il conte Camillo non possiamo più. Però possiamo figurarcelo, il conte che inventò il Negroni. Immaginarlo mentre discute con il fido barista Fosco Scarselli, là davanti al bancone della «drogheria e profumeria Casoni», nella Firenze degli anni Venti. Con loro c’è un amico che viene dal Valdarno, Simone Bracci. Il suo babbo produce vermouth già da un mezzo secolo, a Terranuova Bracciolini, ma lui si è appena emancipato: ha cambiato la ricetta. Ci ha aggiunto, per esempio, la vaniglia Bourbon e la noce di cacao del Madagascar. Normale fare assaggiare il proprio vermouth con orgoglio al conte Negroni. Uomo che conosce il mondo e, senza farla pesare, ha inventato quello che diventerà il cocktail italiano più famoso del pianeta. Ma allora, il mondo ancora non lo sa. Al «drogheria» si serve vermouth Martini, i registri della casa torinese registrano gli ordini (Casoni è definito «galantuomo»). Eppure Bracci del conte è amico e vuole il parere sul suo vermouth, che si chiama Santafiora 1870. Pare di vederli i due che commentano il nuovo vino aromatizzato al Casoni, le bottiglie allineate sullo sfondo come nell’unica foto del conte nella vecchia «drogheria». Il bello, per noi, è che il nipote di Simone Bracci, Lorenzo, quasi un secolo più tardi ha deciso di rispolverare la ricetta di famiglia. E con il socio e amico Fabio Martignoni ha ripreso a produrre il Santafiora. Per quella suggestione del bisnonno e del conte Camillo. E per passione sua. Passione di territorio, anche: le 36 erbe, tra cui la China di Shonzu e la Genziana suprema, sono in gran parte toscane. Quelle di allora. Perché Lorenzo non ha dubbi e lancia la sfida: «Il vermouth è stato inventato in Toscana».