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 2017  marzo 10 Venerdì calendario

La lettera del Sultano

Muscat Appoggiato alle bancarelle dei suq. Sorridente sulle pareti degli alberghi di lusso. Fiero sulle facciate dei palazzi governativi. Lo trovi persino sui muri delle case. Dentro un quadro o che ti guarda da una fotografia. Lui c’è sempre. Da quarantasette anni guida il suo Paese. Di più: l’ha creato. L’ha tirato fuori dalla sabbia e strappato al Medioevo. Lui c’è ma si vede sempre meno. L’ultima uscita di Qaboos bin Said Al Said, sultano dell’Oman, risale al 15 febbraio di quest’anno. Accanto al presidente iraniano Rouhani, in visita a Muscat.
Il sultano era magro e tirato dalla malattia che l’ha colpito quattro anni fa. E che fa stare col fiato sospeso tutti gli omaniti e preoccupa i Paesi del Golfo Arabico. Si è fatto curare in Germania e spesso torna in Europa per continuare le terapie. È diventato quasi un sultano invisibile. Qaboos non ha figli e si è separato dalla moglie nel 1979. Per la sua successione ha deciso di dare 72 ore al Consiglio familiare per scegliere chi salirà al trono. Se non verrà trovato un accordo, Qaboos ha lasciato una busta con il nome del successore. Pragmatico e concreto anche davanti alla morte. Dignitoso e coerente come nessuno in quella parte del mondo così complicata.
My sultan, my hero, così dicono orgogliosi gli omaniti. Chiamarli sudditi più che offensivo è sbagliato. Qaboos, quando è salito al potere, ha voluto condividere la nuova ricchezza che arrivava dal petrolio con i quattro milioni di concittadini. Era il 1970. Aveva detronizzato il padre, Said bin Taymur, per avviare le riforme. Il vecchio sultano lo aveva messo agli arresti domiciliari in una residenza privata dopo che il giovane Qaboos, tornato dagli studi in Inghilterra, aveva manifestato l’intenzione di far uscire dal Medioevo il suo Paese. In Oman c’erano solo tre scuole e un ospedale. E dieci chilometri di strade asfaltate. Adesso tutti i giovani omaniti vanno a scuola fino a 18 anni e gli ospedali sono gratuiti. Non ci sono tasse e le strade fanno invidia a quelle europee. Strisce d’asfalto lucido che attraversano i deserti e si arrampicano sulle montagne con una moltitudine di pali della luce. Per Qaboos l’Oman è la sua casa. È un uomo raffinato che ama i libri e la musica. Ha fatto costruire l’Opera House, un teatro che ospita le migliori orchestre del mondo. E aperto persino un conservatorio. La moschea di Muscat, un gioiello costruito con i progetti dei migliori architetti del mondo e i materiali più pregiati.
Dicono che quando Qaboos stava bene girasse per le città per far sistemare le buche e far ripulire le strade. Niente autista, sempre lui al volante. Un sovrano che non si siede sui troni e risponde di persona a chi chiede aiuto. Raccontano che viaggiasse con valigie piene di soldi pronto a dare una mano a chi viveva nell’indigenza. Leggende, forse, ma la popolarità e la bontà del sultano sono riconosciute da tutti. Gli omaniti stanno bene, le donne hanno diritti che altrove nel mondo arabo si sognano. Hanno il diritto di voto dal 1994, guidano l’auto a differenza delle saudite. La tolleranza religiosa è una realtà.
A Muscat e Salalah, le due città principali ci sono anche chiese cristiane costruite su terreni regalati da Qaboos. Per quella della capitale ha comprato anche un organo. Il sultano mette in pratica i principi dell’ibadismo, la religione del Paese. Una terza via tra i musulmani sciiti e i sunniti. Gli ibaditi basano la loro fede sui principi della tolleranza religiosa e dell’impedimento di conflitti e violenza. Un Islam cortese che ha messo al riparo l’Oman dai venti impetuosi del fondamentalismo. Muscat ha rapporti di amicizia con l’Iran da cui lo divide il Golfo di Hormuz. E guarda con preoccupazione ai vicini dello Yemen. Qaboos ci tiene a mantenere la nomea di Svizzera del Golfo. Ma adesso a 76 anni è malato, il futuro diventa un’incognita che può fare paura.