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 2017  marzo 09 Giovedì calendario

1926, i «filosofastri» contro il duce

Correva l’anno 1926. Mussolini era saldamente installato al potere. Aveva già fascistizzato la stampa e, con il sostegno di Alfredo Rocco, stava disegnando il progetto totalitario, che sarebbe stato portato a compimento con le «leggi speciali» del novembre di quello stesso anno. Rimanevano sacche di resistenza, sociale, intellettuale e politica, e soprattutto zone franche in cui il fascismo non era entrato, più per disinteresse che per una scelta deliberata. Gli studi filosofici erano una di quelle zone franche.
Nel marzo, dunque, del 1926, l’antica Società Filosofica Italiana decise di tenere il suo congresso periodico nei locali dell’Università di Milano, fondata un paio d’anni prima. La vigilia fu piuttosto agitata, in un clima di tensione, a seguito del ritiro del gruppo dei «neoscolastici» di padre Agostino Gemelli, fondatore-rettore dell’Università Cattolica, fervido sostenitore del regime mussoliniano.
Sospetto di antifascismo
A presiedere, e organizzare, il Congresso era stato designato il canavesano Piero Martinetti, nobilissima figura di asceta del pensiero, fino a quel momento rimasto appartato dalla vita pubblica, ma il cui orientamento ideale in senso antifascista, sebbene in ombra, era noto o quanto meno sospettato. In fondo, il non esprimersi a favore del regime costituiva di per sé un indizio di opposizione. E Martinetti aveva colleghi e amici talora in odore di antifascismo, a cominciare da Gioele Solari, il dimenticato «maestro dei maestri» della Scuola torinese nella quale si formò Bobbio, spesso radunati intorno alla Rivista di Filosofia. Il Congresso per così dire trasse Martinetti dal protettivo cono d’ombra della filosofia, esponendolo al dibattito pubblico, ma si trattava, allora, di un dibattito al quale potevano partecipare solamente i fascisti, con tutta l’arroganza che l’impunità loro consentiva.
Martinetti, uomo schivo quant’altri mai, si trovò catapultato in una situazione imprevedibile, che cercò di gestire con una certa prudenza, ma non rinunciando a un grammo della propria indipendenza e all’imperativo di salvare gli studi filosofici dalle intromissioni della politica – che, ovviamente, significava: dalle pressioni del fascismo. Era del resto diffuso il timore che si volesse imporre, d’autorità, una specie di «filosofia ufficiale» del regime mussoliniano. E tale timore guidò Martinetti nella scelta dei relatori, e dei temi da trattare, pure in un orientamento che, per necessità di cose, dovette essere almeno in parte ecumenico.
La libertà di insegnamento
Ma non bastò, né bastò che comunque gli intervenuti si tenessero lontani dalla tentazione di avvicinarsi al dibattito politico vero e proprio, anche se, in linea con l’input di Martinetti, i riferimenti alla necessità della libertà di pensiero e di insegnamento furono assai presenti. E ora, a distanza di oltre 90 anni, possiamo averne cognizione precisa, in quanto gli Atti del Congresso, rimasti inediti, sono stati pubblicati integralmente in un grosso volume a cura di Fabio Minazzi e Rosanna Veneziano (Filosofi antifascisti, Mimesis, pp. 598, € 38).
Il Congresso si aprì il 28 marzo, in un clima di normalità da raduno di professori, per di più filosofi, per definizione gente distaccata dal mondo, almeno nel senso comune. Così distaccato Martinetti non apparve, nella sua relazione introduttiva, dal significativo titolo «I congressi filosofici e la funzione sociale e religiosa della filosofia» (si ricordi che Bobbio parlò, anni dopo, a proposito del suo maestro Solari, della «funzione civile dell’insegnamento universitario»).
«Anarchia intellettuale»
Respingendo la subordinazione della filosofia alla politica (l’allusione era in primo luogo a Giovanni Gentile, considerato filosofo di regime, assente al raduno), ne rivendicò tuttavia con forza la funzione sociale, criticando quei filosofi che la dimenticavano. E gli stessi raduni come quello potevano avere, e di fatto avevano sempre avuto, risvolti profondi nel pensare, e di conseguenza, nell’agire collettivo.
Coraggiosamente, poi, annunciando il ritiro dei pensatori neoscolastici, in polemica con la partecipazione di Ernesto Buonaiuti (condannato dalla Chiesa come «scomunicato vitando», per le sue posizioni a favore del Modernismo), Martinetti non esitò a dichiarare, non senza orgoglio, che era non solo suo diritto invitarlo, ma suo dovere, in quanto non poteva rendersi complice di un decreto di scomunica, egli filosofo, «cittadino di un mondo nel quale non vi sono né persecuzioni, né scomuniche».
Il Congresso proseguì in relativa tranquillità fino a quando, il 31 marzo, Armando Carlini, gentiliano e fascista, sostenne che l’insegnamento dovesse anche preparare cittadini devoti alla Patria, citando espressamente il Pnf. La protesta vivace dei congressisti indusse il rettore dell’ateneo, il sen. Luigi Mangiagalli, a vietare l’uso dei locali. A quel punto, con una dura protesta, Martinetti dichiarò chiuso il Congresso. I giornali, a cominciare dal Popolo d’Italia e dal Corriere della Sera, lodarono il rettore che aveva «sloggiato fascisticamente i filosofastri a convegno». Il foglio Il Tevere, destinato a mettersi tristemente in luce nella campagna razzista del 1938, parlò, in riferimento ai «filosofastri» antifascisti, di «anarchia intellettuale, disgregazione, spappolamento del pensiero che si bea di sé stesso», e, naturalmente, di «disfattismo». La canea fascista si scatenò, insomma, preludendo a un giro di vite sull’università e sul mondo intellettuale, che i mesi e gli anni seguenti avrebbero puntualmente confermato.