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 2017  marzo 09 Giovedì calendario

Philip Schultz: la mia dislessia una mela dolce e avvelenata

Mi piace davvero tutto dei libri, tranne che leggerli» scrive Philip Schultz in La mia Dislessia (Donzelli), il memoir che racconta come un bambino americano cresciuto in un ambiente povero e violento è diventato uno scrittore. Ma c’è di più: quel bambino era affetto dal disturbo neurologico che rende incapaci di comprendere ad esempio uno scritto pur riconoscendo ogni singola parola – e lo stesso vale per il discorso orale. Schultz e quanti lo attorniavano non sapevano nulla della malattia, neanche che esistesse.
Gli venne diagnosticata solo da adulto, quando s’accorse che il figlio soffriva della stessa sindrome. E allora capì. Capì che non era una questione psicologica, che aveva combattuto non contro il mondo, ma contro il suo cervello: fino ad avere una sua scuola di scrittura e conquistare, con le poesia (una raccolta è tradotta sempre per Donzelli) l’ambito premio Pulitzer. Il male ignoto lo ha aiutato: «Forse per questo – spiega – trovo particolarmente difficile leggere qualcosa che non sia emozionante e ben scritto; per questo sono diventato poeta, perché la poesia è serrata e spesso emozionante e ben scritta».
Schultz, che oggi sarà a Torino, ieri era a Roma in giro per musei, rilassato nonostante la grande attenzione che dopo il premio e il libro sulla dislessia si è concentrata su di lui lo affatichi e in fondo lo carichi, dice, di responsabilità che non pensava di avere. Per molti, al di là della poesia, è diventato un simbolo, e questa non è mai una posizione troppo comoda. In compenso ora sa qualcosa di più sulla misteriosa alchimia dei versi. «Prima – inteso come prima di scoprire la malattia, ci dice – sapevo di vivere più nell’immaginazione e nella solitudine che nella realtà, per sfuggire agli aspetti sgradevoli o spaventosi del mondo». A scuola non riusciva a imparare a leggere; dovette arrangiarsi da solo, e gli accadde come per incanto a 11 anni, quando senza neppure sapere il perché disse a un maestro di nome Joyce – strana e profetica coincidenza – che da grande sarebbe stato scrittore.
Venne bocciato in terza elementare, e anche cacciato per le interminabili risse coi compagni, che lo bullizzavano e gli davano del cretino. Lui reagiva nell’unico modo che conosceva: aggredendo fisicamente e prendendosi un sacco di botte.
«Però la dislessia, che non conoscevo come tale, isolandomi mi ha paradossalmente costretto a leggere in un modo diverso». È stato il duro praticantato per diventare il poeta che è (ha scritto anche romanzi, ma senza particolare successo, prima di trovare la vera vocazione). E ancora oggi, spiega, «leggo lentamente, anche se cogli anni mi sono avvicinato a un ritmo quasi normale. In compenso ogni blocco di parole diventa speciale, e una volta che l’ho isolato non lo dimentico più. Ricordo tutto».
Viene alla mente Borges, che ringraziava per il «dono» della cecità. Anche lei ringrazia per il «dono» della dislessia? «Bè, la mia identità è questa, essere un poeta. Dunque sono grato a tutto ciò che mi ha consentito di farcela». Anche alla dislessia? «L’accetto». Nel suo libro scrive che «per gran parte della vita» si è visto soprattutto in termini psicologici, spiegandosi ad esempio i problemi scolastici col fatto di essere «il prodotto e in qualche misura la vittima del mio mondo contadino e di una scarsa autostima», dopo anni di psicoterapia e di introspezione. Poi la diagnosi ha cambiato tutto. «Non tutto, ma la prospettiva, questo sì. Ho capito che la dislessia è stata importante nel mio sviluppo, sia come poeta che come docente di scrittura».
Ma non le è particolarmente grato. «Sa com’è. È fonte di ansia, soprattutto nei luoghi affollati, quando si incrociano molte voci, molte indicazioni, e si teme di non capirle bene. Per esempio in un aeroporto». E dire che ci deve passare sovente. «Vede? Non è sempre un gran vantaggio».