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 2017  marzo 09 Giovedì calendario

La beffa di Atlante e le banche venete. Spesi 3,5 miliardi per rinviare il bail in

Spendere 3,5 miliardi per rimandare il bail in di nove mesi. La beffa del fondo Atlante è il «salvataggio interno» delle banche, ovvero senza costi diretti per il contribuente. Il bail in appunto, ovvero lo spettro che agita i sonni degli azionisti, obbligazionisti e correntisti di Veneto Banca e Popolare di Vicenza. Agita e molto anche gli oltre 70 sottoscrittori di Atlante, il fondo privato che doveva sostenere il sistema bancario italiano, entrato nel capitale in primavera proprio per evitare il bail in dei due istituti.
Ieri al Tesoro, in un incontro definito interlocutorio, Fabrizio Viola – il banchiere chiamato al capezzale delle due ex popolari – e il ministro Pier Carlo Padoan hanno fatto il punto sulla difficile situazione. I due istituti hanno bisogno di alcuni miliardi di euro di capitale, forse cinque. Atlante, socio quasi totalitario, non li ha. La strada percorsa è quella della ricapitalizzazione precauzionale dello Stato, sul modello Mps. Ma sulla cui applicabilità alle due venete esistono molti dubbi.
La Ue richiede per questa forma di intervento che la banca sia solvente e che i soldi pubblici non vadano a coprire le perdite. E in attesa di conoscere i numeri del 2016, l’unica alternativa è (sarebbe) appunto il bail in. In caso di bail in, rischierebbero molto gli obbligazionisti subordinati e anche senior e, se tutto va male, anche i correntisti oltre 100 mila euro.
Le conseguenze non si fermerebbero però ai risparmiatori veneti. Atlante, azionista quasi totalitario, perderebbe 3,5 miliardi di euro nel «buco nero» (la definizione è del numero uno di Atlante, Alessandro Penati) dei due istituti. Tra i sottoscrittori, accanto a Intesa Sanpaolo e Unicredit che hanno messo un miliardo ciascuno, ci sono una sfilza di piccole banche e una trentina di fondazioni bancarie grandi e piccole, alcune delle quali avrebbero più di un problema se l’investimento andasse male.
Le banche hanno già svalutato, in ordine sparso: dal 35% di Intesa a Unicredit che avrebbe invece svalutato ben di più. Escludendo un rischio sistemico, pur paventato da più di un osservatore, di certo non c’è grande soddisfazione per l’investimento effettuato. Nel mondo delle fondazioni, non si nasconde l’imbarazzo nei confronti del numero uno Giuseppe Guzzetti, uno dei grandi sponsor di Atlante, che ha convinto gli enti ad investire con la promessa di un rendimento – almeno il 6% – che al momento appare molto lontano. Anche tra le banche, grandi e piccole, l’insoddisfazione è palpabile. Un importante banchiere – i cui rappresentanti siedono nel board del fondo – cita la «mancanza di collegialità» nelle scelte gestionali.
Intanto c’è la proposta di transazione fatta ai soci per chiudere le cause legali in cambio di una compensazione economica. Al momento ha aderito il 34% della platea azionaria interessata di Veneto Banca e il 29,1% della Popolare di Vicenza. Le due banche hanno fissato una soglia minima di adesione dell’80% per accettare la proposta. C’è tempo fino al 22 marzo. Se fallise, il bail in sarebbe praticamente certo ma tra i soci non manca chi crede che l’ipotesi sia avanzata solo per spaventarli e farli aderire.
A dare qualche conforto agli oltre 200 mila azionisti è arrivata la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager, che ha assicurato rimborsi ai soci che sono stati vittime di vendite fraudolente – il cosiddetto misselling –. Anche se poi la Commissione ha precisato che i soldi per i risarcimenti devono arrivare dalla banca stessa e non da altri, leggasi stato.
Oggi o domani potrebbe arrivare la risposta della Bce sul fabbisogno di capitale dei due istituti, con un dialogo tra Ue e Francoforte finalmente sbloccato dopo l’impasse su Mps.