La Stampa, 9 marzo 2017
In fabbrica dopo il trapianto viene licenziato in tronco. Intervista all’operaio
Dopo un trapianto di fegato, sei mesi di malattia e una cinquantina di giorni di ferie «consigliate», lunedì mattina Antonio Forchione si è presentato regolarmente sul posto di lavoro. L’intervento che gli ha salvato la vita lo scorso luglio gli ha però lasciato in eredità anche un’invalidità al 100% e Antonio, 55 anni, sapeva che non sarebbe potuto tornare a respirare le polveri dell’officina dell’Oerlikon Graziano di Rivoli. Quando ha varcato i cancelli del grande stabilimento alle porte di Torino, dove si producono ingranaggi e componenti per la trasmissione, non immaginava che sarebbe stato invitato bruscamente a tornare a casa, dove lo attendeva una lettera di licenziamento. Con decorrenza immediata.
Dopo 27 anni di lavoro senza una macchia, ad appena 5 dalla pensione. Le rappresentanze sindacali Fiom, Fim e UIlm, ignare del provvedimento, per tutta la giornata di ieri, hanno deciso uno sciopero di due ore per ogni turno. Gli operai hanno organizzato un presidio di solidarietà davanti ai cancelli e non escludono il ricorso a una nuova mobilitazione nazionale che potrebbe coinvolgere gli altri stabilimenti Oerlikon piemontesi e quello di Bari.
Il calvario di Forchione era cominciato la scorsa estate, quando gli era stato diagnosticato un carcinoma epatico. I medici gli avevano fatto capire che, senza un trapianto immediato, non gli sarebbero rimasti più di sei mesi di vita, ma dopo poche settimane era stato individuato un donatore. L’intervento, eseguito all’ospedale Molinette di Torino, è riuscito alla perfezione, ma la convalescenza è stata molto lunga e la visita medico-legale ha certificato un’invalidità totale per l’operaio rivolese. A inizio gennaio, finita la convalescenza, Antonio si è presentato in fabbrica pronto a svolgere qualsiasi mansione, ma i vertici societari gli avrebbero consigliato di smaltire un po’ di ferie arretrate. È cominciata così una difficile trattativa: Forchione voleva fortemente continuare a lavorare, l’azienda, che per il momento non ha voluto commentare l’accaduto, avrebbe fatto alcune offerte alternative giudicate inaccettabili. Alla fine l’operaio si è rivolto anche a un legale, ma l’accordo non è comunque stato raggiunto.
Lunedì dopo il suo arrivo nell’officina è partita la lettera di licenziamento: «La direzione lo ha motivato con una presunta inabilità al lavoro, ma sia nel merito che nel metodo è inconcepibile che le rappresentanze sindacali non siano state consultate – attaccano Gianni Mannori e Oliviero Marras Fiom – Un lavoratore non si butta via come una scarpa vecchia ed è assurdo che in un’azienda con 650 dipendenti – solo a Rivoli – non si possa trovare una sistemazione alternativa. Se le posizioni rimarranno queste non escludiamo il ricorso a uno sciopero nazionale in tutti gli stabilimenti».
Sulla questione è intervenuto anche Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro della Camera che ha parlato di «vergognosa mancanza di umanità» e ha invitato la società a fare un passo indietro: «Il licenziamento del lavoratore torinese, al suo ritorno in fabbrica dopo un trapianto di fegato, è indegno. Un gesto riprovevole, che non ha alcuna possibile spiegazione, se non quella di un tipo di gestione aziendale irresponsabile. Nel licenziare Antonio Forchione, al quale va tutta la mia vicinanza e la mia solidarietà, la Oerlikon ha dimostrato di non tener conto dei più elementari diritti dei lavoratori. Ci auguriamo dunque che l’azienda ritorni sui suoi passi». Damiano ha poi aggiunto: «La società deve trovare una soluzione adeguata alle attuali condizioni fisiche del lavoratore, dal momento che quello attuato in questo caso è un comportamento discriminatorio».
[mas. mas.]
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L’intervista: «Gettato come uno straccio. Ma a questa azienda ho dato 27 anni della mia vita»
Davanti ai cancelli della Oerlikon di Rivoli Forchione incassa l’affetto e la solidarietà dei colleghi. Gli occhiali da sole non celano l’emozione.
Cosa si prova a presentarsi davanti a questo stabilimento dopo essere stato licenziato al ritorno da una malattia?
«Tanta amarezza, ma vedere i miei colleghi battersi per me mi riempie di orgoglio. Ho lavorato per 37 anni e 27 li ho passati in questa fabbrica. Non amo stare con le mani in mano e non mi sono mai lamentato del mio lavoro. Non mi sarei mai aspettato di essere messo da parte così. Come si fa con gli stracci vecchi».
L’ha sorpresa un provvedimento del genere?
«Certamente, anche se avevo intuito che i rapporti erano diventati più tesi quando mi sono rivolto a un avvocato. Ma io l’ho fatto solo perché avevo cominciato a capire che le intenzioni della direzione non erano chiarissime. Comunque sentirmi chiedere a muso duro che cosa ci facessi in una fabbrica dove ho passato metà esatta della mia vita è stato umiliante. Non c’è riconoscenza e nemmeno rispetto della persona»
Che cosa è successo per portare l’azienda a una decisione così drastica?
«Vorrei saperlo anch’io. Sto cercando di tornare a condurre una vita normale, ma prendo 22 pastiglie al giorno per sopravvivere. Capisco che non posso più essere quello di prima e comprendo anche le difficoltà dell’azienda nel trovare una giusta ricollocazione. Ma sono passati 2 mesi da quando è scaduto il mio periodo di malattia. Non pretendo di tornare a lavorare nell’officina, ma penso di essere in grado di fare un lavoro di ufficio e sono disposto ad accettare mansioni molto più basse del mio livello».
Che cosa le è stato proposto?
«Ora la questione è in mano agli avvocati. In ogni caso è un’offerta assurda, che non poteva essere presa in considerazione. A me mancano ancora 5 anni di contributi per la pensione e se i medici mi dicono che sono idoneo al lavoro vorrei che mi fosse data la possibilità di continuare a guadagnarmi da vivere. Tutto qui»
Adesso cosa succederà?
«Al momento sono in mezzo ad una strada con la sola colpa di aver avuto una gravissima malattia. Il mio legale ha impugnato il licenziamento, e mi auguro che le decisioni vengano prese in fretta. Ammetto che confido in un esito positivo di tutta questa brutta storia».
Che cosa glielo fa pensare?
«Penso di avere totalmente ragione ed ho piena fiducia nella giustizia. E poi diciamo che quando ti danno pochi mesi di vita e superi un intervento molto delicato, allora guardi le cose da un’angolazione diversa e riesci a trovare il lato positivo anche da vicende davvero brutte come questa».