la Repubblica, 9 marzo 2017
Quei ritratti di signori visti da Elisabetta
Pur essendo notissima e molto apprezzata, Elisabetta Catalano non ha mai avuto quei riconoscimenti ufficiali che stabiliscono per sempre la grandezza di un artista. In Italia non c’è mai stata una vera cultura della fotografia, come a New York o a Parigi, e non è mai esistito un vero mercato delle immagini in cui i valori si possono dedurre dai prezzi delle aste. Ricordo benissimo la rabbia di Elisabetta quando dava le sue foto ai direttori di giornali e questi tardavano molto a pagare o non pagavano affatto. E qualcuno, alle rimostranze della fotografa, rispondeva con tono giulivo: «Le mettiamo il nome sulla foto. Non è contenta? È una grande pubblicità!». Quale fotografo in Italia si è mai avvicinato ai prezzi delle gigantografie di uno dei tanti nomi in circolazione nelle Americhe a 150 mila dollari per delle fotografie considerate di avanguardia, create a più di cento anni dalla nascita delle avanguardie.
Non ha giovato a Elisabetta l’aria di mondanità che circondava il suo studio in Piazza dei Santi Apostoli. Assomigliava molto di più allo studio di un grande fotografo di moda, con un’atmosfera da Harper’s Bazaar e un viavai di attori e bellissime modelle che sapevano di “glamour”, un aggettivo sparso a caso come il parmigiano dai recensori di moda sulla loro prosa adulatoria.
La sera le macchine fotografiche venivano chiuse in una stanza, per evitare che qualche gentiluomo, frequentatore della casa se le portasse via, e lo studio si trasformava in un molto ambito salotto danzante. A quell’epoca Roma era una città affollata da pittori, scultori, scrittori, architetti, una legione stanziale in quell’area che aveva come ombelico Piazza del Popolo e si spandeva in tutto il centro. Nelle vie traverse erano sorti numerosi locali, pubblici o privati, simili a quelli di cui ha parlato uno scrittore americano: «Amavi i tuoi amici e sapevi che potevi incontrarli li». Piazza dei Santi Apostoli era la stazione finale di quest’area e anche il luogo più ricercato, dove potevi incontrare Alberto Moravia che parlava fittamente con una principessa e personaggi molto differenti fra loro come Nanni Filippini, il traduttore di Husserl, che Giuliano Briganti definiva un genio, e Jas Gawronski che era stato a cena con l’Avvocato ed era in partenza per una partita di poker.
Ma la presenza più numerosa era costituita da giovani artisti e il tratto che li distingueva era la bellezza. In fotografia o al naturale erano tutti belli, come dirà più tardi Alberto Arbasino: Franco Angeli, Valentino Zeichen, Jannis Kounellis, Renato Mambor. Non erano solo i soggetti di Elisabetta ma diventarono anche i suoi amici. Molti di loro si dichiaravano comunisti, ma questa appartenenza, che sembrava in contrasto con l’ambiente, non si presentava così assoluta e radicale come nel passato. Era piuttosto una comodità e una convenienza: essere di sinistra non significava prendere d’assalto il Palazzo d’Inverno detto anche Montecitorio o pensare sempre alla rivoluzione. Per lavorare, per partecipare alle arti, per essere riconosciuti dai critici, bisognava essere immersi in un ambiente definito di sinistra.
Elisabetta aveva cominciato a fotografare durante le riprese del film Otto e mezzo in cui aveva un ruolo piccolo e interessante come sorella di Anouk Aimée e nelle pause si era messa a riprendere tutto il set, compreso Federico Fellini, di cui divenne molto amica. Lei riusciva particolarmente bene nei ritratti degli uomini.
La sua prima mostra, Uomini ‘ 73 alla Galleria del Cortile, uno spazio di Luce Monachesi, un’altra bellezza dell’epoca, era composta esclusivamente da ritratti di uomini. Il prossimo 15 marzo ci sarà il remake di questa mostra, con le stesse fotografie esposte all’epoca e sempre nella galleria di Monachesi, come omaggio alla fotografia.
Per molto tempo sono stato anche io incerto sul valore da attribuire a queste foto. Anche perché le avevo viste in modo molto superficiale e fuggevole, poi improvvisamente, dovendo organizzare un mensile previsto con molte foto al suo interno, mi ero immerso in una valanga di immagini e lì mi accorsi che ogni volta che cercavo un ritratto, il migliore di gran lunga era quello trattato da Elisabetta.
Lei non era una fotografa mondana o alla moda ma esattamente il contrario: ai fotografi di moda non interessava l’anima o il carattere del personaggio che fotografavano, ma la superficie, il corpo, l’esteriorità. Ecco perché i modelli che presentano i profumi o i vestiti hanno tutti un’aria da deficienti, gli manca il calore interno, ignorato programmaticamente dal fotografo non interessato a quello che pensa il modello, ma a come si veste.
Ogni fotografia di Elisabetta è invece il risultato di una lunga ricerca e questa ricerca è stata condotta attraverso la leggerezza e l’eleganza, come altri ricercano attraverso la tragedia o il dramma.
Come tutti quelli che riescono pienamente nel loro lavoro, Elisabetta era ossessionata dalla fotografia e pensava tutto il giorno ai suoi ritratti, si scordava anche di mangiare e per questa ragione aveva assoldato un comune amico, Francesco Villari, che preparava piatti di spaghetti a volontà ogni giorno per sette giorni la settimana quando invece non si andava in trattoria.
Negli ultimi tempi si era trovata davanti a un ostacolo, voleva fotografare Andrea Camilleri, ma senza quegli occhiali con le lenti simili ai fondi delle bottiglie, che impedivano di intuire lo sguardo. E aveva incaricato me, che sapeva ottimo amico dello scrittore, di intercedere per fare delle foto senza occhiali. Non so se ci sia riuscita, ma se vi capita una fotografia di Camilleri senza occhiali, quella sarà sicuramente di Elisabetta.