la Repubblica, 9 marzo 2017
Quanti Islam nelle carceri
Da qualche tempo si sviluppano in carcere programmi mirati alla formazione di personale che sappia individuare i processi di radicalizzazione “dietro le sbarre”. Come distinguere, infatti, la pratica religiosa, o il riferimento a una particolare concezione dell’islam, dai possibili indicatori di radicalizzazione? La domanda non è di poco conto. Perché tocca il tema della libertà religiosa e perché interpretazioni errate in materia possono alimentare proprio quei fenomeni che si vorrebbero prevenire. Il carcere deve sempre più consentire, insieme, controllo ed esercizio dei diritti. Sorvegliare e garantire, per parafrasare Foucault. Anche per evitare che, nel dubbio, si restringa la libertà religiosa piuttosto che favorire indirettamente pratiche che potrebbero rivelarsi fattori di diffusione della radicalizzazione. Il riflesso di chiusura rischia, infatti, di acuire tra i detenuti musulmani, la percezione collettiva che l’islam sia non solo religione degli stranieri ma la religione del Nemico. Percezione che alimenta, a sua volta, un senso di discriminazione e risentimento ostile che facilita la penetrazione del discorso ideologico radicale.
Di fronte alla nuova composizione etnoreligiosa della popolazione carceraria, occorre saper leggere in profondità le diverse stratificazioni sociali che si producono nelle prigioni. La definizione di musulmani per i circa undicimila detenuti in Italia classificati informalmente come tali non è esaustiva. Nulla ci dice, ad esempio, sulla visione del mondo, sulla pratica religiosa, su come quei detenuti considerano la relazione tra religione e devianza e guardano o meno a concezioni estremizzanti dell’islam politico.
Nelle prigioni i musulmani si scompongono, come gli altri detenuti, in più sottogruppi non sempre facilmente intellegibili per chi non dispone di specifiche conoscenze. La necessaria distinzione tra musulmani e islamisti non è sufficiente, vi sono detenuti che si rifanno a un islam etico, nel quale la riscoperta della fede risponde al bisogno di riscattare scelte di vita sfociate nello scacco biografico e di superare, attraverso la dimensione comunitaria, il senso di solitudine. Declinata in questo modo, la religione può condurre alla fine delle condotte devianti e funzionare come fattore di autocontrollo disciplinare. Per questo la sua pratica è ben vista dall’istituzione carceraria.
Un secondo gruppo comprende i musulmani non rigorosamente praticanti che, pur riscoprendo l’islam come identità collettiva, non giungono a rimettere in discussione le loro scelte devianti. La religione è, per loro, essenzialmente cultura. Fattore che non incide, di per sé, sulle condotte: la convinzione, marcata da un fatalismo determinista che rinvia all’imperscrutabile e onnipotente volontà divina, è che quanto è loro accaduto sia essenzialmente destino.
Il terzo gruppo, significativo per capacità d’influenza più che per numeri, è quello salafita. Strettamente osservanti in materia di preghiera, alimentazione, costumi, i salafiti considerano il loro il solo islam autentico. Possono essere quietisti o radicali. I primi teorizzano la rottura con la cultura occidentale e con quanti ritengono “falsi musulmani” ma, contrariamente ai secondi, non fanno della jihad armata la loro stella polare.
Il quarto gruppo, quello radicale, legittima e giustifica atti ritenuti riprovevoli in un contesto “autenticamente islamico” ma non in un mondo che nega “l’autentica fede”. Da qui la violazione di norme e l’adozione di comportamenti che appaiono illeciti alla maggioranza dei credenti. Un gruppo coeso ideologicamente, che ritiene il carcere terreno di proselitismo. Sopratutto tra quanti non hanno condanne lunghe da scontare e, una volta in libertà, possono imboccare la via della jihad.
Impedire che i radicalizzabili diventino radicalizzati è uno dei nuovi compiti assegnati, di fatto, all’istituzione carceraria. Funzione che necessita di sguardi assai diversi da quelli che animavano nel passato gli antichi custodi del Panopticon di Bentham.