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 2017  marzo 09 Giovedì calendario

In morte di Danilo Mainardi

Dalla sua casa, affacciata sul Canal Grande, ogni mattina osservava i cormorani, straordinari pescatori che volteggiavano sulla Laguna, e i piccoli toffetti, con i loro corpi tondeggianti e il becco corto, che si buttavano in acqua. Immobile, catturato da dettagli invisibili ai più, sul volto un sorriso che lasciava intuire le sue emozioni.
Danilo Mainardi si è spento ieri mattina, all’età di 83 anni, a Venezia, la città che ha molto amato, come la Laguna e l’Università Ca’ Foscari «a cui ha dato tutto e da cui ha ricevuto molto», ricorda Patrizia Torricelli, la compagna, anch’essa etologa. Questa, dove si era trasferito da non molto, era la casa giusta per il suo lavoro, con «quel piano alto da cui si vede il cielo».
Sarà un caso ma proprio gli uccelli erano gli animali che avevano fatto scattare in lui, ancora bambino, la passione per «le menti degli altri» che non ha mai cessato di studiare. Bambino, appunto, si era trasferito da Milano, dov’era nato, nelle campagne cremonesi, a Soresina. Una fuga dalla città piegata dai bombardamenti americani sul finire della Seconda guerra mondiale. La madre lasciò che coltivasse l’interesse per il naturalismo. Il suo inizio furono i colombi viaggiatori, che allevò a lungo diventando espertissimo. Anche quando frequentava il liceo classico Manin a Cremona, e poi Scienze biologiche a Parma – allievo del genetista Cavalli Sforza e dello zoologo Bruno Sherrer – dove avrebbe poi fatto nascere il primo corso di etologia alla fine degli anni 80, cui è seguita la scuola internazionale di etologia a Erice.
Di questa passione non parlava spesso ma è stata uno dei bassi continui della sua vita. Lo sa chi ha avuto la fortuna di imbattersi nell’ Acchiappacolombi (Cairo editore), uno dei tre gialli etologici che ha scritto, con lo stile di uno scrittore thriller consumato. Un romanzo dove i protagonisti sono i colombi, l’ambiente degli allevatori, degli appassionati e dei circoli che organizzano gare di viaggio. E studenti, ricercatori, descritti così realisticamente da far rivivere nei libri le sue esperienze di vita alla Ca’ Foscari. Aveva mille interessi. Li coltivava con lo spirito dello scienziato. «Il suo hobby è diventato il suo mestiere», aggiunge Patrizia. «Ha vissuto con molta gioia e ha sperimentato a tutto campo». Aveva ben chiaro che la divulgazione è la strada più importante per educare il maggior numero di persone ad avere una visione corretta verso l’ambiente.
Il suo primo articolo sul Corriere, con cui iniziò a collaborare quasi 50 anni fa, raccontava degli «animali che imparano ad utilizzare i più diversi arnesi», dalle formiche che cuciono insieme le foglie alle scimmie che sanno usare le chiavi. Così, in punta di piedi, aveva poi portato nelle case degli italiani con la tv il mondo della natura. Ogni piccolo o grande animale che mostrava diventava un amico da rispettare. La sua etologia è sempre stata facile da ricordare.
Danilo Mainardi ha lasciato più di duecento pubblicazioni scientifiche, decine di libri adatti sia agli specialisti sia alla gente comune. «Era un uomo forte, coraggioso, molto allegro», lo racconta la compagna Patrizia. Non amava i piagnistei. «Aveva tanti sogni. L’ultimo, ripetuto pochi giorni prima di andarsene, era di prendere un cane dopo tanto tempo». Era anche abitudinario. Si radicava nei luoghi, come il locale alle spalle del ghetto dove portava a mangiare i suoi amici. O la Val d’Ayas e Cogne, dove presiedeva il festival dei documentari naturalistici Stambecco d’oro. Si è spento con serenità, dopo un lungo periodo di malattia. «Ci ha lasciati come poteva fare lui, nel giorno della donna e dell’uscita della sua collana dedicata agli animali sul Corriere», aggiunge Patrizia. Sarà sepolto a Casalmorano, il paese della sua infanzia. La cerimonia domani alle 15.

Paola D’Amico


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Da qualche tempo, in televisione non si sentiva più la sua parlata accattivante e Danilo Mainardi aveva affidato le sue ultime riflessioni sul rapporto tra uomo e natura al libro La città degli animali, uscito l’anno scorso per Cairo Publishing. Il più noto tra gli etologi italiani si è spento ieri mattina a Roma a 83 anni, la moglie ha raccontato che è stato sorridente fino all’ultimo, sereno. Piero Angela, che lo aveva reso il volto televisivo dell’etologia volendolo come ospite fisso a Quark e Superquark, lo ha definito «insostituibile per il suo modo di raccontare le cose, il suo linguaggio semplice con cui poteva raggiungere il grande pubblico» senza mai distaccarsi però dal rigore scientifico.
Lo aiutava ad essere uno scienziato più vicino all’uomo della strada anche la sua passione per il disegno, l’accompagnare le sue prolusioni dottissime tratteggiando cavalli e cani che spesso avevano il suo stesso sguardo tra il divertito e il curioso. Dànilo (con l’accento sulla a) Mainardi era figlio di un pittore e poeta futurista, Enzo, e pur se nato in città, a Milano, la guerra gli aveva dato la possibilità di osservare la natura, come adorava fare. La famiglia era infatti sfollata a Soresina e Danilo passava tanto tempo a osservare gli animali e disegnarli.
All’università aveva studiato Scienze biologiche, e si era laureato in biologia, proseguendo gli studi con un altro grande delle scienze italiane, Luca Cavalli- Sforza. I primi studi sono stati molto influenzati dalla prospettiva genetica del suo maestro, ma nel 1970 aveva pubblicato Il comportamento animale. Introduzione all’etologia e nel 1975 era già conosciuto a livello internazionale. La carriera accademica l’aveva cominciata a Parma, dove si era laureato, proseguendo poi a Ca’ Foscari e a Venezia, dove si era infine stabilito venti anni fa. In un’Italia in cui il divario stridente tra città e campagna divideva la popolazione tra chi gli animali soprattutto li mangiava e chi li conosceva nei circhi e negli zoo, Mainardi pubblicava nel 1975 un testo rivoluzionario già nel titolo L’animaleculturale, in cui metteva l’uno vicino all’altro due termini all’epoca pressoché inconciliabili. Mainardi cominciava infatti a spiegare a un pubblico sempre più ampio (il libro uscì infatti per Bur nelle edizioni economiche) che come negli uomini anche negli animali non tutto passa soltanto per trasmissione genetica, ma esiste una eredità culturale che può essere trasmessa tra un individuo e un altro. Non è un caso che Mainardi abbia tenuto per sé in un altro dei suoi libri fondamentali di cui è stato curatore, Dizionario di etologia del 1992, appunto il lemma “cultura”.
La voce di Mainardi mancherà tantissimo in tempi di fondamentalismo animalista urlato, in cui spesso prevale l’emotività. La sua umanissima difficoltà ad abbracciare la dieta vegetariana e la sua posizione scientifica e insieme empatica verso la sperimentazione sugli animali sono state dei punti di riferimento essenziali per chi dell’antispecismo non vuole fare una battaglia acritica. Mainardi amava la natura e gli animali, ma non perdeva mai di vista il rigore scientifico. Non poteva essere vegetariano perché la sua conoscenza dell’animale uomo gli rendeva ben chiaro cosa implica essere onnivoro, ma insieme la sua mente scientifica non gli impediva di chiedere che non si desse come unica possibilità di ricerca la sperimentazione sugli animali.
Mainardi è stato tra i primi a far procedere di pari passo etica e studio della natura e a indicare che non esistono animali più o meno vicini a noi. «Chiaro che questo avanzamento delle conoscenze delle capacità intellettive di certi animali – scrisse – soprattutto di quelli che, essendo domestici, vivono accanto a noi e da noi dipendono, pone problemi nuovi, anche di carattere etico, e ciò indipendentemente dal fatto che siano, come nel caso delle scimmie, nostri parenti genetici».
La pluralità di voci che ieri ne ha pianto la scomparsa conferma le sue capacità di scienziato- divulgatore. Lo hanno ricordato le associazioni ambientaliste (Lipu, Wwf, Enpa) e i politici insieme alle massime istituzioni accademiche e scientifiche.
Cristina Nadotti