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 2017  marzo 09 Giovedì calendario


Sorpresa, nel caso Brexit tornano centrali i Lord. L’élite aiuta la democrazia?

Nemici del popolo o custodi della ragione? Gli sviluppi del dibattito sulla Brexit hanno sottolineato la centralità di un organo non elettivo e discusso da decenni.
La Camera dei Lord pone paletti seri all’arbitrio del governo sulle modalità dell’uscita dall’Unione Europea: prima il voto che chiede la salvaguardia dei tre milioni di cittadini europei residenti nel Regno Unito, poi quello che invoca il diritto del Parlamento di pronunciarsi sull’accordo finale tra Londra e Bruxelles. Per gli eurofobi, un attentato alla sovranità popolare. Per il Guardian, l’affermazione della sovranità parlamentare sul dominio incontrollato del primo ministro.
Di certo, la controversia fa emergere il paradosso di un organo che pareva un relitto della storia e riesce a dimostrarsi vitalissimo. E ci riesce proprio perché è formato da persone non elette, che non hanno collegi da curare, che in alcuni casi hanno risolto il problema di come arrivare al 27 del mese centinaia di anni prima di nascere, che non rappresentano lobby ma solo l’interesse generale: perché sono così distanti dai bisogni e dalle beghe di parte da poterlo individuare con più facilità rispetto a chi parteggia per definizione. Persone libere, sottratte al giogo dei «whip» – i ferrei guardiani della disciplina di partito alla Camera dei Comuni – e nella maggior parte dei casi illuminate e competenti, nominate per i loro meriti. Élite nel senso più nobile della parola. «Aristoi».
Viene in mente con qualche tristezza il dibattito italiano sulla (abortita) riforma del Senato: sarebbe possibile una Camera davvero «Alta» in un Paese che contesta anche le scelte dei senatori a vita, se hanno un peso politico? Saremmo mai in grado di selezionare personalità emerite e per tutti super partes?
E infine: affidarsi a un’élite indipendente per bilanciare il potere esecutivo, è da democrazie logore o da democrazie mature?