Corriere della Sera, 9 marzo 2017
Il muro delle aziende: «Non saremo mai più complici delle spie»
NEW YORK I manager di una società di venture capital ignota ai più ma non agli addetti ai lavori, la «In-Q-tel», giravano per la Silicon Valley alla ricerca di start up nelle quali investire. E i migliori talenti della tecnologia Usa erano ben felici di accogliere nel loro azionariato questa azienda, anche se appartenente alla Cia: era il suo osservatorio tecnologico. Oggi, dopo le rivelazioni di WikiLeaks che rendono sempre più profondo il solco tra intelligence e imprese tecnologiche, queste sembrano vicende di un altro mondo, ma sono storie di 10 anni fa o poco più.
Dopo l’attacco terroristico di Al Qaeda dell’11 settembre 2001 divenne patriottico, per le imprese Usa, aiutare l’intelligence. E avere la Cia come silenzioso azionista di minoranza dava credibilità alla propria tecnologia.
Un equilibrio saltato con le prime rivelazioni di WikiLeaks di 7 anni fa e mandato totalmente in frantumi da quelle di Snowden che 4 anni fa svelò la collaborazione tra i giganti della Internet economy e i servizi segreti Usa. Ne derivò una grave crisi di fiducia nei rapporti tra questi due fronti, forse il danno più grave arrecato agli Stati uniti dai leak dell’ex contractor della Nsa, la centrale federale dello spionaggio.
Facebook, Google, Apple, Microsoft e gli altri da un lato erano in imbarazzo davanti ai loro utenti per l’esposizione della loro collaborazione con le centrali spionistiche, dall’altro erano furenti avendo scoperto che, nonostante il lavoro comune, i servizi segreti avevano comunque scassinato loro archivi.
Da allora, rapporti tesi con una nuova crisi l’anno scorso quando Apple rifiutò di consegnare i codici di criptaggio dei suoi iPhone per consentire all’Fbi di penetrare nel cellulare dei terroristi della strage di San Bernardino. Le nuove rivelazioni di WikiLeaks non aggiungono molto nella sostanza, dato che la vulnerabilità di tutti i dispositivi intelligenti connessi a Internet è ben nota agli esperti che l’hanno denunciata da tempo.
Ma leggere che il centro di cyberspionaggio della Cia ha unità specifiche che cercano i punti deboli di iOS e Android, i sistemi oprativi di Apple e Google (hanno trovato 14 falle nel primo, 24 nel secondo) può innescare crisi di sfiducia negli utenti. Lo stesso vale per i televisori di casa, soprattutto alcuni Samsung collegati a Internet, coi quali si possono intercettare le conversazioni domestiche. Ora il timore di queste imprese è che gli utenti si chiudano a riccio.
Apple e gli altri promettono di alzare nuove difese, di proteggere meglio la privacy degli utenti. Molte falle sono state turate, ma WikiLeaks mostra che la cyberwar arriva ovunque: il sistema Windows di Microsoft attaccato con Dvd e schede Usb, i sistemi antivirus neutralizzati, quelli di criptaggio di WhatsApp, Telegram e Signal scavalcati.
Tutto molto dannoso per le imprese anche se, in fondo, si tratta di non-notizie: le spie fanno il loro mestiere, spiando ovunque possibile. Solo che, a differenza del passato, ora esiste un sistema nervoso, il web: chi lo controlla inevitabilmente diventa l’interlocutore, collaborativo o recalcitrante, dell’intelligence.