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 2017  marzo 09 Giovedì calendario

Il libro nero di Buzzi: dirò i nomi dei politici che prendevano soldi

ROMA «Sul famoso “libro nero” della contabilità dirò cose che solo io so, spiegherò a chi andavano i soldi, e vedrete che ci saranno molte sorprese», annuncia Salvatore Buzzi dal penitenziario di Tolmezzo, dopo due anni e tre mesi di detenzione. Al processo sul «Mondo di mezzo» fa il suo ingresso in video-conferenza l’uomo accusato di «gestire le attività economiche dell’associazione»; il cassiere di «Mafia capitale». Chiuso nel piccolo schermo della video-conferenza Buzzi appare un po’ ingrassato, in maniche di camicia e un taglio di capelli militare, eloquio irruento. Comincia l’interrogatorio che durerà almeno una settimana, e il suo avvocato Alessandro Diddi comunica che «farà chiarezza su tutti i pagamenti alla politica, dichiarati e occulti, dalle feste dell’Unità ai singoli partiti e fondazioni, e non resterà fuori nessuno».
Quando prende la parola, l’ex detenuto modello che ha portato la «cooperazione sociale» nelle carceri racconta di essersi seduto cinque volte davanti ai pubblici ministeri, «ma non mi hanno creduto, però dimostrerò che quello che ho detto è vero». In effetti dalle accuse distillate nei precedenti verbali la Procura di Roma ha tratto quasi solo archiviazioni, senza cambiare di una virgola l’impostazione sugli appalti vinti attraverso la corruzione rafforzata dal «metodo mafioso». E ora, davanti al tribunale, Buzzi prova a suonare un’altra musica.
«Sono qui a difendere una storia gloriosa, non eravamo un’organizzazione criminale e non ho vincoli di omertà con nessuno», dice. Parole che riecheggiano l’autodifesa-atto d’accusa pronunciato da Bettino Craxi in Parlamento agli albori di Mani pulite, ma lui cita altri personaggi: «Potevo andare a lavorare con Pietro Ingrao», il leader comunista conosciuto in carcere dov’era entrato nel 1980 «per un omicidio che non aveva niente a che fare con il crimine organizzato». Nel 1986 cominciò a uscire dopo essersi laureato con la lode, fondò le prime cooperative di detenuti che si guadagnavo gli appalti della Provincia di Roma «perché avevamo costi molto bassi, e avevamo grande consenso politico».
L’impostazione era di matrice socialista, «seguivamo le regole delle vecchie società di mutuo soccorso, e in termini marxiani abbiamo cominciato ad accumulare capitale; abbiamo aderito alla Lega delle cooperative, strettamente legata al mondo della sinistra, di cui siamo diventati il fiore all’occhiello». In carcere però, nei primi anni Ottanta, fu messo nella sezione dove c’erano gli ultrà neofascisti, «e lì ho conosciuto i coimputati di oggi: Massimo Carminati, Riccardo Mancini, Carlo Pucci. C’era pure Gianni Alemanno, che però era missino e quindi lo tenevano separato. Loro sapevano che io ero di sinistra, ma non ci sono mai stati problemi».
Tornato un uomo libero Buzzi s’è trasformato in un imprenditore con oltre 2.200 dipendenti, diretti e indiretti: sono i numeri della cooperativa «29 giugno» e le altre sigle federate al dicembre 2014, un «sistema perfetto» con un fatturato che sfiorava i 60 milioni di euro annui. «Il mio stipendio era parametrato a quello degli operai: quattro volte di più». Poi arrivò l’arresto per mafia, e da allora Buzzi e il suo legale cercano di rovesciare la costruzione dell’accusa riducendo tutto a una storia di ordinaria corruzione, se c’è stata, o di concussione, con i piccoli imprenditori costretti a foraggiare la politica di ogni colore per poter lavorare, perché così funzionava il mondo. Adesso è arrivato il momento di convincere il tribunale, e Buzzi ci prova ridimensionando il suo rapporto con Carminati.
«La Procura sembra muoversi sulle orme di Brunelleschi, l’inventore della prospettiva – racconta —. Sento parlare della “cooperativa di Buzzi e Carminati”, ma de che?». Su specifica domanda dell’avvocato, Buzzi spiega che con l’ex estremista nero i rapporti sono ripresi nel 2012, quando già le sue società macinavano milioni, migliorando di anno in anno: sui 175 milioni fatturati tra il 2012 e il 2014, quelli che possono avere a che fare con gli interessi di Carminati sono meno di 6, poco più del 3 per cento del totale: «Io non rinnego la mia amicizia con lui, ma nelle mie cooperative Massimo non contava nulla, assolutamente nulla. E lo dimostrerò». Dal carcere di Parma Carminati ascolta attraverso il monitor, in attesa del seguito, la prossima settimana.