Libero, 9 marzo 2017
Miracolo Trump, crolla la vendita di armi
Sorpresa Trump. Lo accusano di voler scatenare un riarmo interno e internazionale. Il popolo delle armi, riunito nella famosa e potente National Rifle Association, lo adora e lo ha votato in massa. Lui in campagna elettorale ha promesso di «abolire le zone dove le armi sono vietate» e ha accusato Hillary Clinton di voler «impedire agli americani di difendersi». Sempre lui una volta insediato ha disposto un aumento del 10% delle spese militari. Eppure, non da quando è entrato alla Casa Bianca, ma addirittura da quando si è saputo che aveva vinto, la vendita di armi negli Stati Uniti è precipitata.
I dati sono inequivocabili. Già lo scorso novembre la semplice notizia del risultato elettorale e della sconfitta di Hillary Clinton era bastata a far crollare del 20% le azioni di due colossi del settore: la Sturm, Ruger & Co., Inc. di Southport, Connecticut, produttrice del popolarissimo fucile semiautomatico Ruger 10/22; e la Smith & Wesson di Springfield, Massachusetts, regina nel settore di pistole e revolver sin dal tempo del Far West. E il bello è che fino al giorno del voto il mercato aveva invece galoppato: la Sturm, Ruger & Co., Inc., ad esempio, ha dichiarato che i suoi ricavi erano passati dai 551,1 milioni di dollari dell’intero 2015 ai 664,3 milioni dei soli primi 10 mesi dell’anno. Possibile, nel momento in cui invece la Borsa più in generale era in preda all’euforia, e alla Casa Bianca si annunciava l’arrivo di un fermo sostenitore di quel Secondo Emendamento della Costituzione Usa secondo cui «essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, non potrà essere infranto il diritto dei cittadini di detenere e portare armi»?
Ma che la sensazione dei risparmiatori fosse fondata è stato dimostrato dai dati di dicembre relativi al cosiddetto «controllo Fbi»: un passo burocratico che negli Stati Uniti è necessario per l’acquisto delle armi. Secondo quanto ha ammesso infatti nel suo ultimo rendiconto Chris Killoy, presidente e amministratore delegato della Sturm, Ruger & Co., Inc., a dicembre i controlli Fbi sono calati del 17%, e a gennaio del 24%.
La Sturm, Ruger & Co., Inc. dal punto di vista quantitativo è solo la quarta produttrice di armi degli Usa: dietro alla Remington, alla Mossberg e alla già citata Smith & Wesson. La Remington, va ricordato, esiste dal 1816, ed è non solo la firma più importante ma anche la più antica, la maggior produttrice di fucili da caccia e anche l’unica a produrre sia armi che munizioni. La Mossberg è a sua volta specializzata in fucili da guerra, fucili di precisione e mirini, mentre la Smith & Wesson come già ricordato ha fatto la storia delle pistole. Dal punto di vista qualitativo, però, la Sturm, Ruger & Co., Inc. è l’unica a produrre tutti e quattro i tipi di arma da fuoco individuale: fucili a canna rigata, fucili a canna liscia, pistole e revolver. Dunque, sono i suoi risultati che danno il più affidabile polso del mercato.
Che è successo dunque? La gente si arma di meno perché con Trump presidente si sente più sicura? Presumibilmente, no. C’è stato però un altro effetto, che è invece piuttosto simile a quello che la polemica antiproibizionista utilizza a proposito di alcool e droga, e che riguarda l’attrazione per il proibito, o per ciò che sta per esserlo.
Insomma, fin quando c’era al governo Obama e si prospettava la successione di Hillary, l’aspettativa generale era che la portata del Secondo Emendamento sarebbe stata via via sempre più ridimensionata, e si era dunque scatenata una corsa da armarsi prima che fosse troppo tardi. È lo stesso boom delle vendite che negli Stati Uniti si riscontra puntualmente dopo ogni strage che fa rumore sui media, quando la richiesta di restringere l’accesso alle armi torna a farsi forte. Ma con Trump presidente l’incubo del disarmo generalizzato è svanito, e dunque i consumatori non comprano più armi nell’evidenza di non poterlo più fare entro poco. Con il risultato che si è detto.
Oltretutto, anche i rivenditori avevano fatto scorta, proprio perché i sondaggi davano la vittoria di Hillary più probabile. Secondo Bob Evans, esperto alla Pennington Capital Management, «per l’industria delle armi non c’è mai stata una migliore amministrazione di quella di Obama, e adesso una peggiore di quella di Trump».