il Fatto Quotidiano, 9 marzo 2017
Delle colpe dei padri è lastricata la letteratura
Chissà se Matteo Renzi, nel suo imminente libro, avrà trovato modo e spazio di parlare dell’ingombrantissimo padre Tiziano. Certo è che, in questi giorni, si fa un gran vociare sulle colpe dei padri che ricadono sui figli: alcuni figli, però, intelligentemente, maliziosamente, hanno fatto buon viso a cattivo gioco, sfruttando proprio l’infausta eredità per trarne fortuna letteraria.
L’ultima in tal senso è Teresa Ciabatti con l’autofiction La più amata (Mondadori), amata dal padre Lorenzo in odor di massoneria. Fu, tuttavia, Chiara Gamberale a inaugurare per certi versi il genere dei “figli di”, di padri sciagurati innanzitutto: nel 1999 la scrittrice trasse ispirazione dalle vicende giudiziarie del padre Vito – arrestato e poi assolto per abuso d’ufficio e concussione –, e dalla tragedia familiare che ne seguì, per imbastire il suo romanzo d’esordio Una vita sottile (Marsilio), trasformato anche in fiction dalla Rai. I guai del genitore sancirono così il fortunato debutto di una futura firma della narrativa italiana.
Figlio di è pure Alessandro Moggi, che sulla sua parentela scherza persino, tanto da averla dichiarata nel titolo (Cairo). A proposito di papà Luciano, commenta: “Stesso cognome, due mondi diversi. C’era chi era arrabbiato con lui e se la prendeva con me”. Anche per Moggi jr non è stato facile sopportare il fardello paterno – ci ha quasi rimesso la vita –, eppure, alla fine, ha fatto di necessità virtù, conquistandosi col libro ampia visibilità e le simpatie dei media e delle librerie.
Non solo le colpe dei padri fanno la fortuna (cartacea) dei figli: pure le colpe dei nonni! È il caso di Lorenzo Pavolini, che nel 2010 arrivò in cinquina allo Strega con un romanzo sul fascistissimo ministro Alessandro, protagonista di Accanto alla tigre (Fandango). Di parenti in camicia nera sono pieni gli scaffali, da Mio padre era fascista di Pigi Battista (Mondadori), successo editoriale dello scorso anno, al recente “mémoire” di Alessandro Di Battista A testa in su (Rizzoli), in cui racconta il tormentato rapporto col genitore super conservatore.
La stagione dei padri fascisti è di poco precedente a quella dei padri faccendieri, coinvolti non sempre giustamente in tangentopoli varie e logge piduiste: a fare i conti in casa con il regime, prima di Battista, si era messo Marco Lodoli(Italia, Einaudi 2010), seguito dal “coming out” di altri intellettuali, giornalisti e artisti, come Vincenzo Cerami, Darwin Pastorin, Paolo Rossi, Margaret Mazzantini…
Giampiero Mughini scrisse persino una lettera a Dagospia in cui invitava tutti a “pulirsi le scarpe con le etichette ideologiche” perché non esistono padri fascisti, ma padri, punto: “Dopo il 25 aprile 1945 non ci sono più fascisti e antifascisti, ci sono persone, ognuna con una sua storia, con un suo dolore, con una sua memoria, con un suo onore, con una sua lealtà”.
Il Novecento, letterario e non, ha a lungo lucrato sul confronto-scontro generazionale, inventandosi fantomatici complessi psicoanalitici pur di giustificare il parricidio. Ma chi è Edipo e chi Laio quando, ad esempio, un poeta come Umberto Saba definisce il padre “assassino”? “Mio padre è stato per me ‘l’assassino’;/ fino ai vent’anni che l’ho conosciuto./ Allora ho visto ch’egli era un bambino,/ e che il dono ch’io ho da lui l’ho avuto”.
Pur abbandonato alla nascita dal genitore, Saba trovò il modo di riconciliarsi con lui nella sua Autobiografia (1924), rimettendogli i debiti, assolvendogli le colpe. Delle colpe di Thomas non è dato invece sapere, se non per bocca di Klaus Mann, che, nell’autobiografico La svolta, appena riedito dal Saggiatore, parla del padre come “la più amara problematica della mia vita”. E infatti se la tolse.
I padri spesso si fan fuori da soli, lasciando i figli a lamentarsi e a lacrimare, salvo poi ricamarci su pagine memorabili e ormai classiche, come nella Coscienza di Zeno di Italo Svevo (1923). Il genitore castrante, autoritario e borghese per eccellenza resta però quello di Franz Kafka, al secolo Hermann: “Anche quando scrivo mi bloccano la paura di te e le sue conseguenze”, appuntò il figlio nella Lettera al padre. “Tu non mi rinfacci atteggiamenti poco dignitosi o malvagi, ma freddezza, estraneità, ingratitudine. E me le rinfacci come se la colpa fosse solo mia, mentre tu non avresti nessuna colpa… Ma io sono altrettanto innocente”.
Era il 1919, quella lettera non fu mai recapitata: anche i padri assenti, ignari e vecchi fan buon brodo nella storia della letteratura.