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 2017  marzo 09 Giovedì calendario

Lo strano silenzio di Trump sul futuro dell’Afghanistan

E l’Afghanistan? Il silenzio del neo presidente americano non può non sollevare delle domande.
Perché Trump parla così poco del Paese in stato di guerra dove gli Stati Uniti hanno il più alto numero di militari? E perché non lo ha incluso nella controversa lista dei sette Stati (ora ridotta a sei)su cui ha posto una sospensione dei visti di entrata negli Stati Uniti (Siria, Yemen, Iran, Somalia, Sudan, Libia)?
Eppure è proprio in questo martoriato Paese che i talebani avevano creato un regno del terrore, al-Qaeda aveva organizzato gli attacchi contro le Torri gemelle e l’Isis sta imponendo la sua presenza con attacchi kamikaze anche nella capitale Kabul. Come quello – molto grave – avvenuto ieri contro un ospedale militare.
Da quando l’Isaf (la missione Nato) ha completato il ritiro delle truppe da combattimento, nel dicembre del 2014, la situazione sul terreno non è affatto migliorata. Approfittando di un Governo debole, che controlla appena la metà del territorio nazionale, i Talebani sono riusciti a riconquistare diversi distretti. La loro capacità offensiva non gli consente di mantenere a lungo il controllo della città che strappano alle forze governative, ma in molte aree rurali sono loro a comandare. Oltre alla crescente presenza di un’altra feroce organizzazione, l’Isis, e di una serie di milizie difficili da identificare.
La cronaca delle ultime tre settimane, ma anche degli ultimi mesi, racconta un Paese tutt’altro che riappacificato. Dove anche la capitale Kabul è divenuta un obiettivo facile – e frequente – per gli estremisti islamici. Lo conferma l’attentato di ieri nel cuore del quartiere diplomatico di Kabul, costato la vita ad oltre 30 persone, tra le quali diversi medici e infermieri. Un attentato compiuto da un commando di quattro terroristi(tra cui un kamikaze) travestiti da medici e rivendicato ancora una volta dalle cellule dallo Stato islamico della provincia del Khorasan – sigla ormai tristemente nota nel Paese – sul sito dell’agenzia Amaq. Si tratta di un gruppo particolarmente spietato che si è macchiato di gravi attacchi contro la minoranza sciita, gli operatori umanitari, i civili e le istituzioni governative nella capitale, come l’attenato contro la Corte suprema avvenuto lo scorso 7 febbraio (28 vittime).
Il 2016 ha segnato un triste primato; è stato l’anno in cui sono morti più bambini, uccisi soprattutto da ordigni improvvisati o mine. Oltre alle vittime, vi sono peraltro altri motivi di preoccupazione. Le coltivazioni di oppio, gestite anche dai Talebani, sono in crescita. La corruzione, che alligna nei palazzi del potere, sta rallentando, se non paralizzando, le urgenti riforme.
Probabilmente Trump, che ha peraltro posto come una priorità la guerra contro l’Isis, ne è consapevole. L’Afghanistan è una crisi a cui un presidente americano non può sottrarsi. Una sfida che da quasi 40 anni viene tramandata da presidente in presidente. Lo sanno bene cinque precedenti inquilini delle Casa Bianca. Jimmy Carter, Ronald Reagan, George W. Bush e Barack Obama. Eppure la Guerra più lunga combattuta dagli Usa, e quella costata di più ai suoi contribuenti (mille miliardi di dollari) – è stata quasi assente dalla campagna elettorale di Trump. Quasi, perché in un acceso comizio, non aveva esitato a definire la missione in Afghanistan «un disastro totale» auspicando un ritiro delle truppe rimaste. Poi, lo scorso 25 gennaio, in un colloquio telefonico con il presidente afghano Ashraf Ghani (che aveva incontrato il 2 dicembre 2016), Trump si sarebbe impegnato – riferiscono fonti afghane – ad aumentare il numero delle truppe americane.
Resta un fatto. Da quando si è insediato alla Casa Bianca, Trump non ha reso nota una strategia chiara sul futuro impegno americano. Ma un piano dovrà pur comunicarlo. In Afghanistan “Resolute support”, una missione solo di addestramento, che dal 1° gennaio 2015 ha sostituito Isaf, schiera sul terreno 13.300 soldati, di cui circa 8.400 americani (di cui però 2.500 impegnati in operazioni anti-terrorismo contro al-Qaeda e l’Isis) e 1.067 italiani, il secondo contingente.
Proprio il comandante di Resolute support, il generale John Nicholson, il 9 febbraio è uscito alla scoperto. Se non si vuole lasciare un vantaggio ai Talebani, ha detto alla commissione Forze armate del Senato, sono necessarie altre diverse migliaia di soldati. «È un contributo che può venire anche dagli alleati, oltre che dagli Stati Uniti», ha precisato, aggiungendo di volerne parlare con il presidente in persona.
Volente o nolente Trump dovrà scoprire le sue carte sull’Afghanistan. Anche per far conoscere la sua strategia ai Paesi stranieri che fanno parte della missione, primo fra tutti l’Italia. Ma per farlo non può prescindere dalla definizione delle relazioni con il vicino Pakistan. È proprio questo paese di 140 milioni di abitanti, dotato di un arsenale nucleare, dove un terzo del territorio è controllato da gruppi di pericolosi estremisti islamici, molti dei quali alleati dei Talebani e di gruppi qaedisti, un punto chiave nella stabilizzazione dell’Afghanistan. Il Pakistan, appunto, un altro Paese a rischio che non compare nella controversa lista di Trump.