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 2017  marzo 08 Mercoledì calendario

APPUNTI PER GAZZETTA - CENTOMILA EURO DI TASSE AI RICCHI STRANIERIBrexit, Padoan ai super manager stranieri: "Venite a Milano, pagherete poche tasse" Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan in conferenza stampa con il ministro degli Esteri Angelino Alfano e il sindaco di Milano Beppe Sala ha rivolto un invito ai super manager stranieri

APPUNTI PER GAZZETTA - CENTOMILA EURO DI TASSE AI RICCHI STRANIERI

Brexit, Padoan ai super manager stranieri: "Venite a Milano, pagherete poche tasse" Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan in conferenza stampa con il ministro degli Esteri Angelino Alfano e il sindaco di Milano Beppe Sala ha rivolto un invito ai super manager stranieri. Quello di trasferirsi a Milano per godere dei benefici fiscali previsti dal governo per chi abbandoni Londra dopo Brexit. Il suo capo della segreteria tecnica Fabrizio Pagani ha illustrato nel dettaglio le misure. "I manager che si trasferiranno in Italia saranno tassati solo sul 50% della loro retribuzione. E chi ha importanti fortune all’estero, pagherà una tassa unica da 100 mila euro per i redditi che sono maturati fuori dal territorio italiano"

MILANO - Pagare un’imposta forfettaria di 100mila euro l’anno per mettersi a posto con il Fisco italiano: è questa l’offerta che l’Agenzia delle Entrate rivolge agli stranieri che intendono trasferire la loro residenza fiscale in Italia, sfruttando una "flat tax" - una imposta sostitutiva - sui redditi prodotti all’estero. La misura era stata introdotta dall’ultima legge di Stabilità e serve proprio ad attrarre gli "High net worth individuals", la perifrasi che usano i banchieri per indicare i ricchi. Un grimaldello che in molti hanno anche interpretato come leva per cercare di dirottare sulla Penisola, e in particolare su Milano, parte dei professionisti dagli stipendi a molti zeri che potranno esser costretti a lasciare Londra dopo il divorzio con Bruxelles. Il beneficio della tassa unica - da versare in una sola soluzione - si può estendere anche ai familiari, ai quali verrà applicato un forfait da 25mila euro.

Soltanto pochi giorni fa era stato interrogato il viceministro Casero, dagli onorevoli Bernardo e Sanga, sul tema: rispondendo in Commissione Finanze alla Camera, aveva precisato che l’opzione per il periodo d’imposta 2017 dovrà essere esercitata entro il 30 settembre 2018 e che "l’Agenzia ritiene che sussistano le condizioni affinché il contribuente possa avvalersi del regime già con riferimento all’anno in corso". Oggi è in effetti arrivato il provvedimento del direttore delle Entrate che attua la disposizione, insieme con un modello da allegare alla domanda ("chek list") per accedere alla flat tax per una valutazione preventiva sull’ammissibilità al regime di favore. Ricevuto il via libera delle Entrate (anche per silenzio/assenso), il neo residente straniero si vedrà riconoscere l’agevolazione per i successivi quindici anni. Il principale requisito per accedervi è di non esser stato residente in Italia in almeno nove degli ultimi dieci anni: un modo per evitare le "uscite e rientrate" di comodo per sfruttare questa agevolazione. Ecco come l’Agenzia dettaglia il processo nella sua nota: Brexit, Padoan ai super manager stranieri: "Venite a Milano, pagherete poche tasse" Condividi   Come esercitare l’opzione. I contribuenti possono aderire al nuovo regime quando presentano la dichiarazione dei redditi, riferita al periodo d’imposta in cui è stata trasferita la residenza fiscale in Italia o in quello immediatamente successivo. Prima ancora, devono fare una domanda preventiva alla Direzione Centrale Accertamento dell’Agenzia delle Entrate. La richiesta può essere consegnata a mano, tramite raccomandata con avviso di ricevimento oppure telematicamente, utilizzando la posta elettronica certificata. Bisogna indicare: i dati anagrafici e, se già attribuito, il codice fiscale, oltre al relativo indirizzo di residenza in Italia, se già residente;lo status di non residente in Italia per un tempo almeno pari a nove periodi di imposta nel corso dei dieci precedenti l’inizio di validità dell’opzione;la giurisdizione o le giurisdizioni in cui ha avuto l’ultima residenza fiscale prima dell’esercizio di validità dell’opzione;gli Stati o territori esteri per i quali intende esercitare la facoltà di non avvalersi dell’applicazione dell’imposta sostitutiva.Serve anche la "check list" che tra le altre cose serve a verificare il presupposto dell’assenza di residenza fiscale in nove di dieci periodi d’imposta prima dell’ingresso nella flat tax.
Anche i familiari possono entrare. Dice ancora l’agenzia che il regime forfettario può essere esteso anche ad uno o più familiari in possesso dei requisiti, attraverso una specifica indicazione nella dichiarazione dei redditi riferita al periodo d’imposta in cui il familiare trasferisce la residenza fiscale in Italia o in quella successiva. In questo caso, l’imposta sostitutiva è pari a 25mila euro per ciascuno dei familiari ai quali sono estesi gli effetti della stessa opzione.

Quando presentare la richiesta. L’opzione deve essere esercitata entro i termini di presentazione delle dichiarazioni dei redditi, anche nel caso in cui non sia ancora pervenuta la risposta da parte dell’Agenzia delle Entrate all’istanza di interpello. La domanda può essere presentata anche se non sono ancora decorsi i termini per radicare la residenza fiscale in Italia. L’opzione si intende tacitamente rinnovata di anno in anno, mentre gli effetti cessano, in ogni caso, decorsi quindici anni dal primo periodo d’imposta di validità.

Unica soluzione per versare l’imposta. Il versamento dell’imposta sostitutiva, nella misura di 100mila euro, deve essere effettuato in un’unica soluzione, per ciascun periodo di imposta di efficacia del regime, entro la data prevista per il versamento del saldo delle imposte sui redditi.

Pagani (Mef): "Giù l tasse per ttrarre flussi post Brexit". A difendere il provvedimento è intervenuto il capo della segreteria tecnica del Mef, Fabrizio Pagani. Con la legge di Bilancio per il 2017 - ha spiegato - il governo ha presentato "un pacchetto di misure per attrarre capitale umano" e intercettare "parte del flusso che necessariamente lascerà Londra" dopo la Brexit. Pagani ha sottolineato che "incidere sulla tassazione personale", come fa la flat tax per i ’Paperoni’ appena regolata dall’Agenzia delle Entrate, "è la chiave per rendere il Paese attrattivo". Si guarda, ha detto, "non tanto a Roma, ma a Milano che abbiamo lanciato come possibile hub finanziario europeo".

SIMULAZIONE

MILANO - Anche l’Italia avrà i suoi "res non dom", i residenti non domiciliati che hanno fatto la fortuna di alcune giurisdizioni fiscali come Regno Unito, Malta, Portogallo o altri ancora. E’ l’effetto dell’introduzione della flat tax per coloro che spostano la residenza a Sud delle Alpi e che possono sottoporre il reddito prodotto all’estero a una tassazione annua fissa di 100mila euro, con la facoltà di estendere il regime ai familiari per una imposta aggiuntiva di 25mila euro l’uno.
 
"I ’res non dom’ sono persone fisiche con un patrimonio molto rilevante, che si trasferiscono in un altro Stato lasciando fuori da esso la loro ricchezza", spiega l’avvocato Stefano Loconte, esperto di tematiche fiscali e consulente della commissione Finanze della Camera. Se un italiano "normale" verrebbe tassato col principio del "reddito mondiale" (anche le tasse sul reddito generato nel Regno Unito, ad esempio, vengono pagate in Italia), un res non dom paga le normali aliquote in Italia per i redditi lì generati, e paga il forfait per quelli prodotti fuori dalla Penisola.
 
Una simulazione che Loconte ha realizzato aiuta a capire: "Immaginiamo che un individuo molto ricco abbia un patrimonio finanziario che rende intorno al 3 per cento, considerando una propensione al rischio bassa. Visto che la rendita finanziaria in Italia è tassata al 26 per cento, avrebbe convenienza a pagare 100mila euro di imposta sostitutiva solo se producesse un reddito da quel patrimonio di oltre 400 mila euro. Ma per produrre un simile reddito, considerando la rendita al 3 per cento di cui sopra, significa che il patrimonio a disposizione è di almeno 15 milioni di euro: è questa la soglia minima perché l’adesione al regime sostitutivo forfetario sia economicamente conveniente". Insomma, si tratta di ultra-ricchi.
 
Ma non c’è il rischio di fare il solito regalo a chi riesce ad aggirare le norme del Fisco, trasformando l’Italia in uno di quei Paradisi fiscali che vogliamo combattere? "La norma italiana non è aggressiva rispetto alle altre esperienze. E poi riguarda coloro che negli ultimi dieci anni ne abbiano trascorsi almeno nove all’estero: un requisito che elimina i furbetti che potrebbero entrare e uscire dall’Italia solo per il tornaconto fiscale", spiega Loconte. Che è certo che la misura susciti interesse: "Il regime Uk sta arrivando agli sgoccioli, molti stranieri ricchi a Londra e dintorni si stanno guardando intorno e sono interessati al nostro provvedimento. So per certo di istanze presentate ’al buio’ già nei giorni scorsi, prima della circolare delle Entrate". Anche perché, sottolinea l’esperto, la norma porta con sé altre agevolazioni in tema di successione e donazione e si affianca ai provvedimenti adottati in merito alla facilitazione per i visti d’ingresso, che creano nel complesso "un clima fiscale favorevole per gli stranieri".

Quanto al gettito, il governo non ha azzardato stime nella legge di Bilancio. Ma l’esperienza internazionale lascia ben sperare: nel Regno Unito hanno calcolato che 113mila res non dom (anno fiscale 2012-2013) abbiano portato nelle casse della Regina oltre 8 miliardi di sterline di imposte. Servono 10 milioni di contribuenti "poveri" per arrivare allo stesso livello. "Quel che conta, poi, è attirare persone che hanno grande disponibilità di spesa: possono generare un indotto di consumi e affari rilevanti", chiosa Loconte.

PIANO CONTRO LA POVERTA’ DI POLETTI

Una delega al Governo per contrastare la povertà, passando dal riordino delle misure già in vigore e soprattutto dall’intoroduzione del reddito di inclusione, il pivot intorno al quale il governo Renzi prima, e Gentiloni ora, tiene a bada il problema di chi non arriva a fine mese e prova a rispondere a chi - come il M5S - ha fatto di questo tema una bandiera da anni. Come ha spiegato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, nell’intervista a Repubblica in edicola, dopo l’approvazione della delega - prevista per giovedì mattina - da parte del Senato, il dicastero dovrà procedere spedito verso l’adozione dell’unico decreto attuativo necessario per mettere in pista la misura.

Il sostegno in arrivo. Il reddito di inclusione, figlio della sperimentazione regionale del Sia e prossimo strumento accentratore delle varie iniziative di lotta alla povertà, prevede una dotazione di 1,6 miliardi, che Poletti innalza a quota 2 miliardi "considerando anche le risorse europee". Questi denari, prevede specificatamente la delega, dovranno esser distribuiti solo dopo la prova dei mezzi: l’Isee sarà necessario per accedere al supporto. Il ministro punta a raggiungere 400mila famiglie con figli minori a carico, che tradotti in persone significa 1,77 milioni di teste. Rispetto al Sia, l’assegno dovrebbe essere portato da 400 a 480 euro mensili, ed è probabile che vengano trasferiti ai destinatari in forma di carta prepagata. Nel solco del difficile rilancio delle politiche attive, chi riceverà il sostegno dovrà "sottoscrivere un patto con la comunità", che va dal buon comportamento civico all’accettazione delle proposte di lavoro che possono essere girate dagli sportelli regionali. Reddito di inclusione: ecco come funziona Condividi   L’emergenza povertà. Ma quanti, in Italia, hanno effettivamente bisogno di un aiuto? I numeri dicono che questa card prepagata potrebbe essere ancora un rimedio limitato. Riferendo in Parlamento sui progetti di legge sul tema, il presidente dell’Istat - Giorgio Alleva - ha spiegato che nel 2015, "1 milione e 582 mila famiglie residenti in Italia (circa il 6% del totale) sono stimate in condizione di povertà assoluta attraverso l’indagine sulle spese per consumi: si tratta di 4 milioni e 598 mila individui, il 7,6% dell’intera popolazione". Sono cioè persone che spendono meno di quello che - secondo la statistica - è necessario per vivere con sufficiente agio. "Il fenomeno appare più diffuso nel Mezzogiorno, dove si stima essere in condizioni di povertà il 9,1% delle famiglie residenti nell’area (circa 744 mila famiglie). In queste famiglie vivono oltre 2 milioni di individui poveri: più del 45% del totale dei poveri assoluti in Italia", ha spiegato ancora Alleva. Ovviamente il tema dei minori che soffrono è centrale, tanto che il presidente dell’Istituto ha rilevato che "nonostante l’assegno per il nucleo familiare - concesso dai Comuni alle famiglie con tre o più figli minori - venga erogato a oltre 234 mila beneficiari, il 18,3% delle famiglie di questa tipologia (143 mila) continua ad essere in povertà assoluta, per un totale di quasi 183 mila minori". L’incidenza, invece, "scende sensibilmente nelle famiglie di e con anziani: la stima è del 3,4% tra le famiglie con almeno due anziani".

Al di là di questi dati, c’è un altro indicatore che amplia la platea di possibili bisognosi di un supporto al reddito. E’ quello del "rischio di povertà o esclusione sociale", condizione che investe il 28,7 per cento della popolazione e che l’Istat ha aggiornato alla fine del 2016. Riassume quante persone si trovano in almeno una delle seguenti condizioni: vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro;vivono in famiglie a rischio di povertà;vivono in famiglie in condizioni di grave deprivazione materiale. Nel primo caso, si parla di nuclei nei quali il rapporto fra il numero totale di mesi lavorati dai componenti e il numero totale di mesi teoricamente disponibili per attività lavorative è inferiore a 0,20. Nel secondo, significa che in famiglia il reddito disponibile è sotto il 60% del livello mediano del reddito nazionale, ovvero quel valore che divide in due gruppi uguali gli italiani: nel 2015 la soglia di povertà (calcolata sui redditi 2014) era di 9.508 euro annui. Nel terzo caso si tratta invece di persone che presentano almeno quattro delle seguenti difficoltà: 1. essere in arretrato nel pagamento di bollette, affitto, mutuo o altri prestiti; 2. non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione; 3. non poter sostenere spese impreviste di 800 euro; 4. non potersi permettere un pasto adeguato almeno una volta ogni due giorni, cioè con proteine della carne, del pesce o equivalente vegetariano; 5. non potersi permettere una settimana di vacanza all’anno lontano da casa; 6. non potersi permettere un televisore a colori; 7. non potersi permettere una lavatrice; 8. non potersi permettere un’automobile; 9. non potersi permettere un telefono. Condividi   Le proposte alternative. Il disegno di Poletti non è esente da appunti. Nella relazione di minoranza presentata alla commissione Lavoro dalla senatrice Catalfo si leggeva, tra le altre cose, una critica sul fatto che "le misure contro la povertà varate con le ultime leggi di finanza pubblica appaiono largamente insufficienti a garantire tutti coloro che oggi vivono in una condizione di povertà e non si pongono l’obiettivo di trovare strumenti strutturali e universali di lotta alla povertà nel medio e lungo periodo. L’impressione è che tali misure costituiscano solo una rimodulazione di strumenti già esistenti, non un welfare più inclusivo ma solo uno spostamento di risorse da una platea all’altra. Appare del tutto evidente l’impossibilità di configurarle come un reddito minimo, essendo gli stanziamenti assolutamente insufficienti persino a coprire l’intera platea di persone in condizioni di povertà assoluta, e dunque, a maggior ragione, quelle in povertà relativa, compresi disoccupati, inoccupati, Neet e working poors".

Rischio polemiche sugli stranieri con permessi brevi

Già, il tema delle risorse resta centrale. Proprio adducendo ai problemi di coperture il Mef ha respinto l’emendamento sul reddito di cittadinanza, firmato il primis dal Movimento 5 Stelle. Un disegno da tempo in cantiere e che punta in realtà ad istituire qualcosa di più simile a un reddito minimo garantito, che assicura "al beneficiario, qualora sia unico componente di un nucleo familiare, il raggiungimento, anche tramite integrazione, di un reddito annuo netto calcolato secondo l’indicatore ufficiale di povertà monetaria dell’Unione europea, pari ai 6/10 del reddito mediano equivalente familiare, quantificato per l’anno 2014 in euro 9.360 annui e in euro 780 mensili". Secondo il Mef, che elenca una serie di problemi tecnici di copertura, i 16 miliardi annui necessari (e magari sottostimati) sono una cifra insostenibile per le casse pubbliche.


HUFFINGTON.POST

In esclusiva per Huffington Post la lettera dei tre leader e dei due capigruppo di Mdp sul Piano contro la povertà annunciato dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti.

Tra gli impegni che il governo Gentiloni deve portare a termine entro la fine della legislatura c’è quello del contrasto alla povertà assoluta. Il Piano nazionale – dopo la sperimentazione del SIA – è un primo passo, sopratutto nei confronti delle famiglie con minori. Resta la sproporzione tra le risorse stanziate e le reali necessità. Questo intervento, quando adottato, coprirà a malapena il 30% dei poveri assoluti. Rimarranno fuori 7 cittadini su 10. La povertà assoluta è una condizione economica che impedisce a oltre 4,5 milioni di persone l’accesso ai beni essenziali: alimentazione, casa, educazione, abbigliamento, minima possibilità di mobilità e svago. I più coinvolti sono i giovani, le famiglie numerose, i lavoratori poveri. Non soltanto al Sud (9,1% delle famiglie), ma anche al Centro (4,2%) e al Nord (5%).

L’Alleanza contro la Povertà ha fatto una proposta precisa – e di carattere strutturale – che prevede una spesa di 1,7 miliardi il primo anno per giungere, il quarto anno, a tutelare tutti i nuclei familiari che si trovano in povertà assoluta con uno stanziamento di sette miliardi. Questa proposta, una volta a regime, richiederebbe uno stanziamento pari allo 0,34% del Pil (oggi l’Italia spende lo 0,1% contro una media europea dello 0,4%). Le risorse si possono reperire correggendo la finanza pubblica che ha segnato l’ultimo triennio, ripristinando il principio costituzionale della progressività fiscale contenuto nell’articolo 53 della nostra Carta. Dal 2015 al 2017 è stata movimentata una massa finanziaria di ben 90 miliardi di euro, con effetti modesti sulla crescita. Investimenti di altra natura – come il contrasto alla povertà assoluta – avrebbero conseguenze ben più evidenti, sia sul piano sociale che su quello economico.

Anche da Bruxelles guarderebbero con maggiore fiducia a un uso della maggiore flessibilità per una vera crescita. La vicenda economica della vicina Germania ci indica infatti che non c’è vera crescita senza innovazione dello stato sociale. La lotta alla povertà non solo è giusta, ma, come sostengono concordemente molti economisti, è anche un fattore di crescita, per il noto principio dell’alta propensione al consumo di chi ha meno. Stiamo parlando di una misura non solo assistenziale ma di una strategia di reinserimento e attivazione sociale. Con l’assolvimento dell’obbligo scolastico e del rispetto dei protocolli sanitari per i minori; con percorsi di formazione professionale e di partecipazione al mercato del lavoro per gli adulti. Sylos Labini scriveva che: «se la miseria esiste» alcuni «la sfruttano»; ma questo - continuava - non «autorizza ad affermare che la miseria è indispensabile al capitalismo». L’indifferenza verso i destini degli esclusi è una lesione grave della nostra comunità. Per queste ragioni crediamo che contrastare la povertà assoluta, oltre che strumento anti-ciclico, è un principio fondamentale della nostra democrazia.

Enrico Rossi
Roberto Speranza
Arturo Scotto
Maria Cecilia Guerra
Francesco Laforgia