il Fatto Quotidiano, 8 marzo 2017
Elsa Morante su Totò: “Solo una maschera spiritosa”
Un ambiguo rapporto con il neorealismo: accusato di qualunquismo, l’amato Orson Welles, seppur con le sue “torte barocche avvelenate dal cattivo gusto”, il giudizio positivo sui “films” di Pier Paolo Pasolini: quarantasette schede di recensioni cinematografiche scritte nel biennio 1950-1951 che Elsa Morante leggeva nel programma radiofonico Rai e che ora Einaudi pubblica riprendendole dai dattiloscritti originali del Fondo Morante. Pubblichiamo di seguito due estratti di queste che riguardano Totò.
L’argomento della comicità nell’arte, o anche semplicemente nel cinema, è certo fra gli argomenti più interessanti, ma che richiederebbe un discorso troppo lungo per queste nostre cronache. Rimanderemo perciò ad altra occasione le molte considerazioni che vengono alla mente su questo soggetto ogni volta che si vede un film del comico Totò; e che valgono naturalmente anche per l’odierno Totò sceicco, il più recente lavoro di questo attivissimo attore. Ci limiteremo perciò a qualche considerazione sull’attore comico.
A differenza degli attori drammatici o tragici, i quali (come norma almeno, se non sempre nella pratica) son capaci d’interpretare personaggi diversi, l’attore comico è lui stesso un personaggio, o per dir meglio una maschera, e i vari argomenti dei films ch’egli interpreta non sono che dei pretesti per far ritrovare questa maschera (sempre fedele a se stessa) impegnata in diverse vicende; e per ottenerne l’effetto che gli affezionati si attendono, e cioè di far ridere. Un tale effetto può nascere da contrasti psicologici ricchi d’intelligenza e di finezza, da giochi sottili e allusivi; oppure da contrasti e giochi più grossolani, nel qual caso l’attore comico non è molto diverso da un clown.
Guardate per esempio uno degli attori comici piú giovani e piú famosi della presente generazione: Danny Kaye. Il personaggio ch’egli rappresenta non ha nessuna parentela col pagliaccio. È un giovane piacente, gentile, amabile, timido, e spesso turbato da quelle complicazioni del cuore e della mente che sono ormai popolarmente note col nome di complessi freudiani. Malgrado questi insidiosi complessi, egli però conserva intatta la sorgente della sua giovanile, anzi fanciullesca giocondità. Le donne lo amano per lo piú di un amore protettivo e materno, e la vita, al pari delle donne, non sa essergli troppo ostile, per cui le sue storie hanno per solito qualità di grazia e di ottimismo. Evidentemente, gli effetti comici, nei films di questo attore, non saranno mai di una qualità troppo vistosa o turbolenta, e neppure soffriranno di monotonia; ma offriranno sapori svariati, e grati anche ai palati troppo sensibili. Guardiamo invece un attore caro al vecchio cinema muto: Buster Keaton. La comicità di questo attore nasceva dal contrasto fra gli avvenimenti turbinosi in cui si trovava coinvolto e l’impassibilità perenne della sua faccia. Egli è come una marionetta in un mondo umano, che ne fa il suo zimbello e la sua vittima. La comicità di tale situazione è piuttosto meccanica e monotona. Una rara specie di comicità è quella che, per le singolari qualità umane dell’attore-personaggio, dà alla situazione apparentemente ridicola un valore quasi di tragedia.
È il caso di Charlot e (sebbene, s’intende, entro limiti piú familiari) del nostro Eduardo De Filippo. Ma in questi casi, veramente, non si dovrebbe piú parlare di attore comico. Il personaggio di Totò ha qualche parentela con quello di Eduardo De Filippo, non foss’altro per esser tutti e due napoletani. Entrambi hanno dello straordinario popolo di Napoli, quella particolare generosità e adattabilità, e quella specie di filosofia, grazie alla quale, in ogni circostanza, il napoletano si comporta da gran signore. Senonché, Eduardo ci rivela l’intelligente e profonda malinconia, e il grave sentimento del destino, che si nasconde sotto la secolare pazienza del suo popolo; mentre che Totò si accontenta degli effetti comici del suo personaggio. E per meglio ottenerli, si giova, talvolta anche troppo, della sua maschera animatissima e della sua vivacissima mimica meridionale. Mentre che, per gli altri films, va citato come il regista, per i films comici, tutti imperniati intorno all’attore-personaggio, è a questo che va attribuita la responsabilità e il merito. È questa la ragione per cui degli attori come Charlot, e il nostro Eduardo De Filippo, son soliti ideare e dirigere essi stessi i loro films. Nel caso di Totò, come già dicemmo altre volte, i registi si assumono quasi sempre una parte, non soltanto secondaria, ma, in certi casi, addirittura poco onorifica. Fidandosi esclusivamente sulle virtú mimiche dell’attore, essi gli montano intorno le situazioni piú abusate, piú melense e piú volgari, nella certezza, che, tanto, la partecipazione di Totò assicura il successo.
Va riconosciuto a questo Totò sceicco una maggior cura dell’allestimento scenico, una maggiore pulizia e ricchezza dei costumi (che di solito, nei films di Totò, sembrano una mostra della straccioneria), e, infine, una regia piú decorosa e una fantasia piú intelligente. Alcune battute, al solito, fanno torto ai nostri sceneggiatori, ma alcune trovate, come quella del miraggio del gelataio nel deserto, sono addirittura spiritose. Gli attori intorno a Totò recitano bene la loro parte. La regia è di Mattòli.
Donne e briganti
La classe dei nostri produttori di films (…), si distingue ancora per un’altra virtù, e cioè per un affetto indulgente, e diremmo paterno, verso il nostro pubblico. Tutti i capricci del pubblico, anche se puerili e stravaganti, vengono soddisfatti fino alla sazietà, e magari all’indigestione. Il pubblico vuole Totò? E i produttori si affannano a dargli Totò vestito da sceicco, da Figaro, da imperatore e da sposa.