Libero, 8 marzo 2017
Ladri di carburanti crescono. Illegale un quinto del mercato
A Piacenza c’era un vero e proprio oleodotto fantasma: interrato, a tratti nascosto dalle frasche. In realtà quei tubi raffazzonati alla meno peggio succhiavano il carburante da un deposito dell’Eni, quando la Guardia di Finanza se n’è accorta ne erano già spariti ben 23mila litri. Pochi mesi fa a Scandicci (Firenze), tre romeni sono stati fermati dai carabinieri perché si allontanavano dal tunnel che trasporta idrocarburi tra Livorno e Calenzano con in tasca (si fa per dire) 2.600 litri di gasolio. A Trecate, in provincia di Novara, una raffineria si è organizzata con squadre di vigilanza privata e tecnici per stanare i predoni di oro nero, che in poco tempo avevano portato via diverse cisterne di carburante già raffinato. E poi Tortona, Latina, Fiumicino, Pavia, Vigevano: chi gestisce gli oleodotti italiani non dorme sonni tranquilli. Per niente.
Soltanto l’anno scorso, stando ai nu-
meri ufficiali, i militari hanno registrato qual-
cosa come 136 forzature alle tubature del-
lo Stivale. Che significa una ogni due gior-
ni e mezzo. Certo è
che, col passare del tempo e il moltiplicarsi dei furti, anche gli addetti ai lavori si sono impratichiti e han-
no messo a punto le misure di sicurezza, magari utilizzando qualche marchingegno che misura la pressione nei tubi giorno e notte o letteralmente blindando gli impianti: circa il 62% dei tentativi, oggi, viene bloccato sul nascere. Ma la piaga nel settore, quella resta.
BOLLETTA PETROLIFERA
In fondo la dinamica è sempre la stessa. I furfanti di turno arrivano di notte, spesso armati di vanga e attrezzi, scavano in aperta campagna fino a individuare la conduttura da cui prelevare petrolio o benzina, la bucano e ci inseriscono una specie di rubinetto. Più facile a farsi che a dirsi. Le compagnie petrolifere non hanno intenzione di stare a guardare con le mani in mano, le hanno provate tutte per arginare il fenomeno. Che, come detto, è significativo: è stato calcolato che nel 2015 addirittura 161mila tonnellate di prodotti energetici sono stati rivenduti al mercato nero. A Fiorenzuola, in Emilia-Romagna, pochi giorni fa hanno scoperto pure una raffineria non autorizzata, con tanto di sistemi di distillazione e alambicchi.
È stato il Sole24Ore a mettere nero su bianco i numeri del giro d’affari (illegale) dei carburanti italiani. Su una “bolletta petrolifera” nazionale di 14 miliardi di euro, 3 provengono dalle vendite clandestine: un’enormità. In Toscana, Liguria, Piemonte, Lombardia ed Emilia il problema è ormai all’ordine del giorno. Certo, non aiuta neanche la geografia della rete sotterranea di dotti e serpentine: da Palermo a Milano ci sono 2.690 chilometri di oleodotti, e in 1.833 di questi scorrono carburanti già finiti. Benzina, gasolio, cherosene. Della serie: basta riuscire a metterci le mani sopra e il gioco è fatto, non serve nemmeno lavorarli, sono già bell’e pronti all’uso.
Senza contare le frodi del settore, che sono anch’esse in aumento. Solo nei primi cinque mesi del 2016 le Fiamme Gialle hanno individuato la bellezza di 840 finte società che (ovvio) non avevano versato neanche un centesimo al fisco, oltre a 220 episodi di trasferimento indebito di reddito all’estero, 100mila tonnellate di prodotti scomparsi nel nulla e 3.300 evasori totali, tutti legati al traffico di carburanti. La cui distribuzione illegale raggiunge in Italia un quinto del mercato.
AFFARI CRIMINALI
Le associazioni di categoria sono sul piede di guerra. Dall’Unione petrolifera ad Assopetroli, tutte da anni denunciano la situazione: nel luglio scorso hanno firmato un documento che denunciava un «fenomeno devastante» con «effetti irreversibili». In quell’occasione ci si era messo pure il sindacato dei benzinai, che aveva alzato il tiro: «Oltre il 10% del prodotto è già nelle mani della criminalità organizzata e almeno altrettanto arriva da scali compiacenti, europei e non».
C’è anche un problema ecologico, tra l’altro. I ladri che con l’oscurità bucano i tubi sotterranei spesso lasciano fontanelle di oro nero in aperta campagna, e il rischio di contaminazioni per la vegetazione è reale. Così come reale è quello per l’incolumità pubblica, anche se nel novanta per cento dei casi si tratta di sottrazioni di gasolio e cherosene per aerei, liquidi tutto sommato poco infiammabili.