Corriere della Sera, 8 marzo 2017
«La tecnologia è già un’arma. La prossima sfida? Impedire che i terroristi imparino a usarla»
NEW YORK «Inutile stupirsi: è questa la realtà nella quale viviamo: l’intelligenza dell’Internet delle cose può essere usata anche contro di noi. La tecnologia può diventare un’arma e gli Stati costruiscono i loro arsenali. Arsenali che non contengono bombe e cannoni ma software impalpabili, facili da rubare. Dobbiamo prepararci. Il rischio più grosso è il terrorismo che fin qui, proselitismo online a parte, si è dimostrato assai poco tecnologico: non sarà sempre così».
Ian Bremmer, politologo fondatore di Eurasia, non è sorpreso dalle rivelazioni di WikiLeaks, dà per scontata l’autenticità degli 8.761 documenti pubblicati e trova normale che ad essere colpiti siano, ancora una volta, i servizi segreti Usa a sette anni dal furto di documenti segreti da parte di Chelsea Manning e a quattro anni da quello di Edward Snowden.
Secondo WikiLeaks tutto questo materiale è totalmente sfuggito al controllo della Cia: circola tra i contractor dei servizi e tra gli hacker. Possibile che l’intelligence più potente del pianeta sia ricaduta negli stessi errori?
«Donald Trump si illude quando pensa di poter creare organizzazioni a tenuta stagna. L’America è intrinsecamente vulnerabile perché, oltre ad avere le tecnologie più avanzate, è la società più aperta, ha i sistemi di intelligence più complessi: sono molte le persone coinvolte e che hanno accesso a dati riservati. E c’è libera stampa. Difficile impedire che, di tanto in tanto, si verifichi una fuga di dati».
Perché teme il terrorismo più dei vantaggi che le potenze rivali possono trarre dall’accesso ai segreti dell’arsenale cibernetico Usa?
«Se i segreti del Center for Cyber Intelligence della Cia cadono in mano di altre potenze, la cosa è sicuramente grave. Ma in termini di sofisticazione dei loro arsenali di armi cibernetiche, i russi sono già al livello degli Stati Uniti, mentre i cinesi sono poco più indietro. I rischi maggiori io li vedo altrove. Queste armi informatiche possono finire nelle mani di hacker sconsiderati, magari di ragazzini che non capiscono quali disastri possono combinare o, peggio, in quelle di terroristi. Fin qui queste organizzazioni – anche le più feroci, potenti e ramificate – hanno usato assai poco la tecnologia, a parte casi isolati come l’attacco informatico condotto in Bangladesh contro il sistema finanziario usando un malware capace di scardinare i codici di sicurezza Swift. Prima o poi, però, anche le centrali del terrore impareranno a usare le armi cibernetiche».
Quali sono i pericoli principali? Si è parlato molto di sabotaggio della rete elettrica per lasciare gli Usa al buio e non più in grado di far funzionare apparati essenziali. Ci sono anche timori per la sicurezza del traffico aereo.
«Il pericolo più immediato, a mio avviso, è rappresentato da attacchi contro il sistema finanziario per rubare denaro e, soprattutto, contro grandi gruppi industriali per paralizzare gangli importanti della vita economica di un Paese: offensive come la “Operation Blockbuster” che nel 2014 mise in ginocchio la Sony. Per il resto vedo rischi più per le banche di medie dimensioni, quelle più vulnerabili, che per i giganti del credito che hanno le risorse per proteggere il loro denaro con adeguate difese informatiche. Anche i voli commerciali possono essere un bersaglio. Ma l’intero sistema dei trasporti è vulnerabile: l’intelligenza dell’auto che in futuro si guiderà da sola potrà essere catturata da menti maligne, ma già oggi il Gps può essere facilmente hackerato».
E i droni? Quelli di Pentagono e Cia armati di missili potrebbero essere dirottati su obiettivi diversi da quelli della lotta antiterrorismo.
«Temo i droni civili, come quello caduto non lontano da Angela Merkel, più che quelli militari, gestiti da infrastrutture completamente separate da quelle infiltrate da WikiLeaks e altri hacker: vengono guidati usando sistemi di criptaggio difficili da scardinare».
Cosa rimane della privacy? Scopriamo che l’intelligence può spiare chiunque non solo attraverso lo smartphone, ma persino nel salotto di casa usando un televisore Samsung collegato a Internet.
«Non lo sapeva? Che l’intelligenza dell’Internet delle cose sia vulnerabile agli hacker non è una novità. Bank of America attaccata da 15 mila frigoriferi “smart” sembrava una battuta di qualcuno col gusto dell’assurdo. Forse non lo è più».