il Fatto Quotidiano, 8 marzo 2017
I voltafrittata
L’altra sera, a Lineanotte, Maurizio M’annoi era insolitamente pimpante. Per quanto può esserlo lui, si capisce. La digestione, solitamente difficoltosa col ruttino incipiente e la palpebra calante era andata meglio del solito e i boh, bah, burp, inzomma, chemetoccafà che costellano il suo eloquio sonnacchioso erano più contenuti del solito. Il motivo erano le ultime notizie sul caso Consip, che nella sua personale interpretazione parevano scagionare l’amata famiglia Renzi: “Romeo non risponde ai pm”, ma giura “mai conosciuto Tiziano” (strano: nelle intercettazioni dice il contrario) e “non esiste nessun Mister X incontrato di nascosto da papà Renzi come riportato enfaticamente nei giorni scorsi” (esiste eccome, Mister X, solo che ora ha un nome), ‘nzomma non è successo niente: “È una storia complicata, confusa, versioni che cambiano ogni giorno…”. Mah, boh, burp, ‘sticazzi, s’è fatta ’na certa… A discuterne in studio, in ossequio alla par condicio, due osservatori super partes, curiosamente innocentisti: Goffredo Bettini del Pd (via satellite da Bruxelles: mai più senza) e Sandro Gozi, che invece è del Pd. Alla fine, chi sopravviveva allo sbadiglio fino in fondo, si faceva l’idea che l’inchiesta è già finita nel nulla, la solita tempesta in un bicchier d’acqua. Come fossero passati 5 anni e non 5 giorni dall’arresto di Alfredo Romeo e dalla discovery delle carte dell’inchiesta che investe i fedelissimi di Matteo Renzi. Il merito dell’Operazione Amnesia non è soltanto di M’annoi, ma dei tre tg di Viale Renzini, assistiti dai trombettieri renziani da talk show: tutte mediocri figurine che, se esistesse un conduttore informato sui fatti e non nominato da Renzi, affogherebbero nel ridicolo. E invece, in quel MasterRenz sterilizzato dai fatti, riescono a rivoltare tutte le frittate e a spacciare l’arrosto per fumo.
Abuso di cognome. Tiziano Renzi accusa Carlo Russo, amico di famiglia e di pellegrinaggi, di “abuso di cognome”. Cioè di aver millantato credito con Marroni, ad di Consip, e con Romeo. Ma non lo denuncia, sennò magari quello non si avvale più della facoltà di non rispondere, ma canta. Finora l’unico abuso di cognome è di babbo Tiziano: perché mai Marroni avrebbe dovuto incontrarlo se non fosse stato il padre del premier che l’aveva nominato? E perché mai Romeo ed Emiliano avrebbero dovuto ricevere tal Russo se non l’avesse mandato il padre del premier? Chi dovrebbe lamentare l’abuso di cognome è Matteo Renzi, che invece si guarda bene dal prendere le distanze dal padre e dal denunciare Russo. Chissà mai perché.
Inchiesta a orologeria. Sia Matteo sia Tiziano ricordano che il babbo non ha mai avuto guai con la giustizia finché il figlio non è diventato premier: solo allora fu indagato (e archiviato) per bancarotta e poi per Consip. Ora, l’inchiesta per bancarotta nasce dal crac Chil Post del 2013: chi vuol evitare indagini per bancarotta, non ha che da evitare il fallimento delle sue società. L’inchiesta Consip lo coinvolge perché i pm scoprono che Romeo, imprenditore in affari col governo, è in affari col padre del capo del governo. Bastava che papà Renzi non si occupasse di Consip e di Romeo, e non ci sarebbe finito.
Subito il processo. La litania è nota: presunzione d’innocenza, fare i processi, fiducia nei giudici. Ma qui ci sono dei fatti da valutare a prescindere dai reati. 1) Romeo, imprenditore renziano, annota su due pizzini che deve dare 30 mila euro al mese a papà Renzi e 5 mila ogni due mesi al fido Russo (con cui concorda le modalità di pagamento): perché mai dovrebbe attivarsi per quei versamenti se non fosse d’accordo coi destinatari e se quelli non gli avessero dato o promesso nulla in cambio? È matto? 2) I manager renziani Marroni (Consip) e Vannoni (Publiacqua) giurano che il ministro renziano Lotti li avvisò dell’indagine segreta. Vannoni aggiunge che anche Renzi sapeva e gli disse di “stare attento a Consip”. Che motivi avrebbero due manager che devono tutto a Renzi e Lotti di calunniarli? Sono matti? 3) Secondo Marroni, il generale Del Sette avvertì il presidente Consip, Ferrara, e il generale Saltalamacchia avvisò lui (e – per l’ex sindaco di Rignano – pure babbo Renzi). Perché mai Marroni dovrebbe inguaiare due altissimi ufficiali con accuse inventate? È matto?
Fughe di notizie. La Procura di Roma applica il principio di precauzione e punisce per le fughe di notizie il Noe dei Carabinieri, levandogli le indagini pur non avendo prove che sia responsabile. E affida l’inchiesta al Nucleo Investigativo della stessa Arma, comandata però da due generali indagati per rivelazione di segreti e favoreggiamento agli inquisiti. Infatti il governo non applica il principio di precauzione e lascia ai vertici dei Carabinieri due sospettati di spifferare notizie top secret. E tiene pure al vertice di Consip il loro accusatore Marroni. Così, delle due l’una: o l’Arma è diretta da due delinquenti favoreggiatori, o Consip è diretta da un delinquente calunniatore.
Indagini difensive. In base a una demenziale legge del 2001, gli avvocati di Tiziano interrogheranno Marroni sperando che ritratti quanto detto sotto giuramento ai pm: babbo Renzi gli mandò Russo a ricattarlo per truccare l’appalto più grande d’Europa pro Romeo e Verdini. Se Marroni ritratta, Tiziano e Russo sono salvi; se conferma, i due rischiano la condanna. Marroni rimane in Consip grazie al governo Gentiloni, appoggiato dal Pd di Renzi. Così, se ritratta e resta, si penserà a un ricatto riuscito; se non ritratta e salta, si penserà a un ricatto fallito. Che aspettano Gentiloni e Padoan a rimuoverlo dalla poltrona che scotta? Sono matti o sanno qualcosa che noi non sappiamo?